Turchia e relazioni con UE USA e Russia

Turchia e relazioni con UE USA e Russia

Il tema interessa particolarmente perché mostra come una potenza regionale come la Turchia sia passata da un ruolo potenzialmente cruciale per la regione mediorientale ad un isolamento diplomatico temporaneo per pi rilanciare il suo ruolo nel Medio Oriente sulla base di un accordo bilaterale con la UE/Germania. Popolazione, posizione gepolitico strategica, storia e tradizione di paese che tende all’occidente e leadership forte non sono sufficienti a garantire un brillante futuro se non accompagnati da una diplomazia lungimirante, aperta, affidabile e da un progetto democratico interno per il popolo. Al di là del cinismo di alcune teorie realiste esiste nel mondo una aspirazione alla democrazia ed allo stato di diritto e qualsiasi politica di potenza non puo’ prescindere dal rispetto di tali principi, pena l’esclusione da parte della comunità internazionale. Esempio che nel lungo periodo potrebbe adattarsi anche alla Russia.

La guerra civile siriana ha causato una instabilità che rischia di travolgere la Turchia. Ha disintegrato i progetti turchi di integrazione delle periferie mediorentali in un’area di libero scambio (Giordania, Libano e Siria), ha sollevato tensioni ed ostilità con USA e Russia e riaccieso il conflitto con il PKK curdo, ha esportato attentati in aree turistiche ed ha trasformato la Turchia in zona di recezione di immigrati e piattaforma di lancio verso l’Europa per l’immigrazione clandestina. Invece di affermarsi come hub geopolitico di una vasta area stabile e prospera, modello di sviluppo economico e consolidamento democratico in grado di ispirare il mondo islamico, la Turchia si ritrova senza alleati e senza una strategia. Gli obiettivi della Turchia sono la rimozione di Assad dalla Siria e la transizione democratica, stabilizzazione dell’unità territoriale siriana e freno alla espansione delle fazioni curde estremiste. Per raggiungere questi scopi la Turchia non vuole tuttavia intervenire direttamente, salvo nell’ambito di una coalizione NATO e chiede agli USA la creazione di una safe zone al confine tra Turchia e Siria per impedire infiltrazioni terroristiche e per rimpatriare emigrati siriani. Ma la posizione della Turchia non è compatibile né con la Russia, che difende Assad, né con gli USA, che temono il caos dopo Assad e che puntano molto sui Curdi;  in piu’ le negoziazioni con l’Unione Europea per un ingresso turco in UE non appaiono piu’ positive come un tempo.

Turchia – UE/Germania

Riguardo ai rapporti con la UE, la Turchia ha cercato di sfruttare a suo vantaggio la crisi dei flussi migratori. La Turchia si è posta come argine in grado di frenare il flusso di rifugiati che dalle rotte dell’Egeo e Balcani arrivano in Europa. La Merkel ha pertanto sostenuto l’accordo UE – Turchia nel marzo 2016, un accordo che prevede il rientro in Turchia dei profughi arrivati in Grecia, l’accettazione di un numero pari di migranti siriani da parte dell’UE e la dazione di 6 miliardi di euro alla Turchia per la gestione dei rifugiati sul suo territorio. I rapporti tra Germania e Turchia esistono da secoli sotto vari aspetti, politici e commerciali e, da ultimo, grazie ad una forte presenza di lavoratori turchi in Germania. Tuttavia ci sono ostacoli alla cooperazione turco-tedesca, quali gli attacchi alla democrazia ed allo stato di diritto in Turchia, al problema dei diritti umani, oltre alla instabilità interna e la questione curda. Molti sono gli ostacoli a un eventuale ingresso turco. Due i principali: l’aperta ostilità delle opinioni pubbliche di alcuni stati membri, soprattutto Francia e Germania e l’irrisolta questione cipriota. Infine tra gli europei in molti non dimenticano il fatto che la Turchia è un grande paese di 80 milioni di abitanti, che potrebbe spostare gli equilibri di potere nell’Unione, e che si tratta di un paese a stragrande maggioranza musulmana, tradizionale antagonista militare e ideologico-religioso dell’Europa cristiana.

Turchia – USA

Le relazioni tra USA e Turchia sono storicamente di alleanza; la Turchia appartiene alla NATO ed è da anni all prese con un processo di occidentalizzazione. Il suo leader Erdogan tuttavia sembra aver messo in questione questa direzione occidentale, puntando su un avvicinimanto della Turchia al Medio Oriente. Per ragioni di politica interna e regionale Erdogan ha combattuto i curdi interni ed in Siria, puntando sui ribelli sunniti contro Assad e collaborando con i paesi sunniti quali Arabia Saudita e Quatar.

Il mantenimento della NATO è di grande importanza per la sicurezza turca nel nuovo contesto della sicurezza internazionale, drasticamente cambiato negli ultimi anni. A differenza della Guerra fredda, che richiedeva la preparazione di contingency plan per la difesa territoriale, la lotta contro il terrorismo richiede preparazione a tutti i livelli, in ogni momento e su scala globale. Non c’è più un out-of-area nella difesa contro le organizzazioni terroristiche.

Le risorse della NATO dovrebbero essere ulteriormente rafforzate ampliando l’Alleanza, beneficiando così dell’intelligence che altri Stati possono fornire. In questo modo l’Alleanza potrebbe assumere un nuovo ruolo globale, che potrebbe essere sostenuto sia dagli europei che dagli americani.

La Turchia può contribuire a questo nuovo ruolo grazie alle sue capacità di intelligence e alla condivisione di interessi in diversi ambiti con i paesi vicini, per i quali la lotta al terrorismo è una questione di primaria importanza. Inoltre, la Turchia potrebbe contribuire al peace-keeping e al peace-making cosi come alla riabilitazione post-conflitto e agli sforzi di ricostruzione in regioni problematiche, come i Balcani, l’Africa, l’Afghanistan e, forse, anche in Iraq.

Turchia – Russia

Turchia e Russia vivono da anni relazioni complesse e sfaccettate. Lo scontro sul destino della Siria ha però reso esplosivi i rapporti tra Ankara e Mosca. Il 24 novembre 2015 caccia dell’aviazione militare turca abbattono un bombardiere russo SU-24. Nel momento in cui l’aereo precipita i due Paesi – che negli ultimi due decenni hanno costruito robusti rapporti di collaborazione economica, ma che registrano interessi sempre più divergenti nella regione del Mar Nero, nel Caucaso e ora in Siria – toccano il punto più basso delle proprie relazioni bilaterali dal crollo dell’Unione sovietica. In molti paventano apertamente del rischio di un conflitto militare diretto tra Russia e Turchia, membro dell’alleanza atlantica. La collaborazione economica tra Russia e Turchia però è corsa parallela a profonde e crescenti divergenze di carattere geo-strategico. Il primo momento di crisi risale alla guerra tra Russia e Georgia (2008) con cui Mosca ha di fatto interrotto la politica di integrazione nel Caucaso meridionale perseguita da Ankara, di cui Tblisi era il perno fondamentale. La stessa occupazione della Crimea, nonostante il sangue freddo mostrato da Ankara, ha rovesciato i rapporti di forza nel Mar Nero, facendo (nuovamente) della Russia il principale attore d’area proprio a scapito della Turchia, che non ha nascosto il proprio disappunto. Un nuovo fronte di scontro è stato poi aperto dalle «primavere arabe». Ankara si è schierata apertamente con le forze rivoluzionarie in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, mentre Mosca ha sposato la causa di Mu’ammar Gheddafi, del generale golpista al-Sisi e del presidente al-Assad.

Se lo scontro negli altri Paesi non toccava gli interessi vitali dei contendenti, la posta in gioco in Siria – Stato che confina con la Turchia e alleato di lungo corso dell’Unione sovietica prima e della Russia poi – ha fatto precipitare in fretta i rapporti bilaterali. La decisione di Putin di schierare aviazione e truppe in Siria a supporto di al-Assad (settembre 2015) ha colto di sorpresa la leadership turca, che negli anni scorsi ha puntato tutto sul rovesciamento del regime siriano, anche a costo di intrattenere rapporti ambigui con settori dell’opposizione indicati come attori del terrorismo internazionale (come il Fronte al-Nusra o, secondo voci ricorrenti, ma mai dimostrate con lo stesso Stato Islamico).

Altri segnali confermano il tenere dell’interdipendenza reciproca: le forniture di gas non hanno subito cambiamenti sostanziali e la costruzione della centrale di Akkuyu, nonostante voci di una possibile rottura, al momento continua ufficialmente secondo i piani stabiliti, anche a causa della forte crisi economica che ha colpito la Russia e non consente a Putin di cedere su nessun fronte economico. Nonostante il forte deterioramento degli ultimi anni, i rapporti tra i due Paesi sono quindi destinati a restare complessi e sfaccettati, con i forti interessi economici che paiono lasciare spazio a spiragli di dialogo. Al tempo stesso, però, lo scontro in Siria resta un nodo estremamente problematico e potenzialmente esplosivo. Con l’ennesimo imprevisto colpo di teatro, il 14 marzo il presidente Putin ha annunciato il «missione compiuta», ordinando il ritiro di gran parte delle truppe russe dalla Siria. L’annunciato disimpegno di Mosca – che comunque resta presente sul teatro siriano – se effettivamente implementato è di certo un segnale in grado di ridurre significativamente la forte tensione accumulata negli ultimi mesi con Ankara. La situazione sul terreno resta però volatile e carica di rischi. Mosca ha rafforzato in questi mesi i propri rapporti con i curdi siriani del Pyd, considerati da Ankara nemici e «compagni d’arme» del Pkk, con cui le forze di sicurezza turche combattono una vera e propria guerra civile nel sud-est della Turchia. La lotta contro il Pkk-Pyd, responsabile secondo la Turchia anche dell’ondata di attentati sanguinari che sta sconvolgendo il Paese – l’ultimo domenica 13 marzo ad Ankara – potrebbe portare la leadership turca a un intervento diretto in Siria contro il Pyd, già più volte minacciato. Uno sviluppo che metterebbe nuovamente faccia a faccia i due avversari, con conseguenze difficili da prevedere.

Leonardo Scimmi

Primavere Arabe – Algeria

Cinque anni dopo le Primavere Arabe, l’Algeria rappresenta un caso unico nel Nord Africa, dove regna la stabilità e la sicurezza. Dopo le Primavere Arabe, stati quali Tunisia Egitto e, in misura maggiore, Libia sono colpiti da grave instabilità governativa e sociale.

Molti analisti intravedono il motivo della attuale stabilità dell’Algeria nell’esperienza dei conflitti degli anni ‘80 in Algeria, causati dall’emergere  di un movimento radicale islamista, esperienza che avrebbe in qualche modo rafforzato l’Algeria e creato gli anticorpi per resistere al radicalismo.

Le rivolte del 1988 sfociarono poi nella guerra civile che causo’ centinai di migliaia di morti.

La chiave della gestione del radicalismo islamico in Algeria sta nella politica di inclusione che il governo algerino ha instaurato nei confronti dei movimenti islamici. I partito radicali sono stati esortati a condannare la violenza ed a partecipare ai processi istituzionali.Questa politica di « perdono » ha creato una riconciliazione nazionale.

Il governo ha cosi’ dimostrato che i partiti islamici non offrivano una vera alternativa di governo .

Il governo convinse i partiti islamici come Movimento per la Società e la Pace (precedentemente chiamato Hamas) ed Ennahda a partecipare alle elezioni dal 1997 al 2012, ricevendo incarichi di governo.

Il risultato é stato la disillusione che attraverso’ il popolo algerino, il quale scopri’ che i partiti islamici non avevano particolari soluzioni per la popolazione algerina ed anzi i piu’ esperti partiti tradizionali erano piu’ attrezzati a governare il Paese. I partiti islamici si sono frantumati ed anche durante le Primavere Arabe non hanno giocato alcun ruolo rilevante.

Alcuni elementi della rivolouzione algerina degli anni ‘90 sono riemersi durante la Primavera Araba quando in Tunisia Libia ed Egitto i Fratelli Mussulmani ed i Salafisti vinsero le rivoluzioni popolari. Al contrario di quanto accadde in Algeria pero’, dove attraverso il coinvolgimento dei partiti mussulmani il Paese ha raggiunto la pace sociale, nei paesi citati la rivoluzione ha portato solamente instabilità e caos dopo la fine dei regimi autoritari.

Democrazia, secolarizzazione sono concetti sconosciuti al mondo arabo, piuttosto segnato invece dai fenomeni della colonizzazione  e della questione palestinese. Sin dal 2011 l’Algeria ha seguito con attenzione quanto accade in Tunisia e Libia. L’Algeria ha sostenuto politicamente e finanziariamente la nascente democrazia in Tunisia, cosi’ come ha seguito con attenzione lo sforzo di rendere sicuri i confini tunisini e la lotta contro i Salafiti.

L’Algeria considera la stabilità tunisina necessaria a garantire la sua stessa sicurezza. Per l’Algeria, la Tunisia é un esempio di società civile forte, cosa che non esiste piu’ in Algeria. Ma la Tunisia rappresenta anche un monito perché nel sostenere Ennahda la Tunisia ha fatto un errore simile agli algerini che sostennero negli anni ‘90 l’oramai sciolto Fronte Islamico di Salvezza. La Tunisia rappresenta anche un pericolo per l’Algeria perché, nonostante la vittoria di Essebsi nel 2014, i Salafiti continuano ad essere molto attivi ed a produrre foreign fighters. Quello che maggiormente preoccupa l’Algeria é l’impatto della crisi libica sulla Tunisia e come questo avrà impatto sui confini ad est dell’Algeria, considerato che la Tunisia non é in grado di fare fronte al caos ed alla proliferazione del terrorismo.

Dopo 26 anni di gestione del fenomeno politico islamico, l’Algeria puo’ considerarsi un esempio di come combattere e gestire il fondamentalismo islamico. I motivi sono due, e cioé il coinvolgimento nel governo e nella società di valori islamici moderati ed il secondo é la crescita e stabilità economica di cui ha beneficiato dal 2000  la società algerina. Questo ha aiutato il Presidente Bouteflika a restare al potere, assieme alla centralizzazione dei servizi segreti nelle mani del Presidente e ad alcune aperture democratiche introdotte con la riforma costituzionale del 2016, giunte fino a consentire un dialetto berbero quale lingua ufficiale e ad una  maggiore libertà di espressione ed informazione. La vera democrazia resta tuttavia ancora lontana.

 

Leonardo Scimmi

Internazionale socialista – pace e sicurezza nel Mediterraneo – Leonardo Scimmi

Per anni abbiamo sentito di quanto il potere, l’efficacia e la forma dell’ Internazionale socialista sia declinata.

Non sono piu’ i tempi di Willy Brandt e di Craxi, e non è piu’ neanche il tempo della Guerra Fredda e della manichea divisione del mondo in due blocchi di potere e di influenza.

L’Internazionale socialista è cosi’ afflitta da problemi che alcuni suoi membri hanno aderito alla nuova formazione alleanza progressista, con sede a Berlino e ben finanziata con progetti molto ambiziosi.

Il PSI è membro storico della IS da sempre e sin dal secondo dopoguerra quando si ricostitui’ a Francoforte la IS sulla linea della seconda internazionale.

L’ideale socialista democratico riformista aveva attratto alla IS gli strali della terza internazionale, quella comunista di ispirazione leninista, ma la Storia ha dato ragione ai socialisti democratici e per questo possiamo rivendicare storia e ragione.

L’ispirazione internazionale è l’asset maggiore dell’IS, il miglior antitotodo ai mali del mondo odierno.

Il mondo è oramai globale, occorre pertanto una soluzione globale.

Il problema maggiore oggi al mondo è creare la pace e la sicurezza.

Dobbiamo trasformare l’Internazionale socialista in strumento di pace e sicurezza e non solo di riscatto sociale.

E’ oramai evidente che gli USA stanno adottando una politica di disimpegno dagli scenari infuocati del Medio Oriente ed anche dall’Afganistan, nonostante il sorgere di un soggetto terrorista come ISIS che si espande in tutto il Medio Oriente Africa fino ad colpire in Europa.

Dopo gli anni di intervento di Bush l’America di Obama si ritira dal MO e guarda al sud dell’America (viaggio a Cuba)  ed all’Asia.

La Russia è tornata alla ribalta ed alla pari con gli USA sullo scenario mondiale e si propone come garante dell’asse sciita composta da Iran Siria Iraq Hezbollah, facendo dimenticare la vicenda ucraina, ed opponendo una politica estera realista e di influenza (support di Assad) a quella americana, ancora in bilico tra l’isolazionismo di Obama, l’umanitarismo della Clinton ed il supporto alle nascenti democrazie delle primavera arabe, benché mussulmane, contro i dittatori.

La Turchia é ambigua ed ha ambizioni spesso confliggenti con la Russia, cerca di fare leva sulla crisi dei migranti per entrare nell’UE e vuole giocare un ruolo importante in Africa del nord (Libia) ed in Medio Oriente (Siria).

L’Iran è il nuovo player sciita sdoganato dagli USA per riequilibrare le sorti del conflitto in MO e garantire un equilibrio di forze che consenta agli USA un disimpegno dal MO.

L Arabia Saudita è il grande player sunnita che vede con fastidio la crescita del popoloso Iran in MO e cerca di creare una Nato sunnita di 34 paesi – ufficialmente per combattere l’ISIS – ma anche per contrastrare l’astro nascente Iran.

Israele in tutto cio’ è infastidito dalla politica USA e individua nell’Iran ancora il maggior pericolo alla sua esistenza.

Il conflitto Iraelo – palesitinese non è ancora sedato ed anzi si assiste ad una recrudescenza degli scontri e dei conflitti.

I curdi sono gli alleati sul campo di USA e di Russia nella lotta all’ISIS ed ambiscono ad avere un loro stato, disegno che pero’ inquieta soprattutto la Turchia.

L’Egitto ha mire di influenza sulla Libia in conflitto con quelle italiane.

Dalla guerra in Iraq di Bush Jr è rimasto uno stato frazionato e senza classe dirigente ed armata appropriata, governato dagli sciiti e dai curdi senza i sunniti (maggioritari) dove gli ex baatisti hanno cercato copertura in formazioni estreme (come in Libia gli ex gheddafiani) e dove la capitale Bagdad è oramai nell’orbita sciita iraniana nonostante il paese sia a prevalenza sunnita.

Il piano americano di esportazione della democrazia in Iraq per creare una piattaforma di controllo del Medio Oriente non ha funzionato ( nonostante i costi l’impegno e l’enfasi profusa) e la decisione di Obama di ritirare tutte le truppe fu obbligata da evidenti ragioni di costi umani e di aggravio del bilancio statale, specie vista la crisi finanziaria del 2008.

La strategia di disimpegno di Obama si inquadra inoltre nello spostamento della attenzione degli USA ai rapporti con l’Asia e con la Cina, ritenuti prevalenti per il futuro rispetto al MO, non piu’ considerato prioritario, neanche per le sue risorse petrolifere.

L’Europa in tutto cio’ non rileva e si muove in ordine sparso con Franca e Gran Bretagna pronte e riprendere politiche di potenza ed influenza anche a scapito dell’Italia, soprattutto in Libia.

L’Europa non è unita neanche nella reazione agli attacchi terroristici sul suo territorio, trovata impreparata nei sistemi di intelligence e prevenzione.

L’Alto rappresentante per la politica estera e sicurezza Mogherini individua nel processo di pace siriano una priorità, giustamente, con una road map basata sul cessate il fuoco, aiuti umanitari e percorso politico di costruzione di un governo condiviso.

USA e Russia ovviamente accompagnano questo percorso per costruire un governo dopo Assad e pacificare l’area.

Resta il problema europeo e mondiale delle infiltrazioni di terroristi per risolvere il quale occorre una politica interna di intelligence e di integrazione ma anche una politica esterna di lotta da parte di tutti i moderati contro l’estremismo omicida.

A questo scopo l’Internazionale socialista è una piattafroma utilissima per sensibilizzare i paesi ed i partiti fratelli alla necessità di creare un fronte unito, composto anche da mussulmani, contro l’estremismo in ogni paese del globo.

Dobbiamo pertanto sollecitare il Governo italiano in primis a creare una cabina di regia per studiare con i Paesi del Magreb Marocco Tunisia ed Algeria una strategia per risolvere il problema in Libia ed evitare l’espandersi dell’ISIS anche alle zone del Maghreb.

Una volta elaborato un piano postremo portarlo all’attenzione dell’Internazionale socialista e coinvolgere tutti i partiti fratelli nell’implementazione del piano per creare pace e sicurezza nel mediterraneo, che è il nostro territorio geostrategico e dove abbiamo sempre esercitato influenza e mediazione.

 

Il futuro dei rapporti tra PD e PSI – Leonardo Scimmi

La velocità del Governo Renzi e della sua narrazione non ha precedenti in Italia, e forse per questo le elezioni del 2013 e la coalizione Italia Bene Comune sembrano cosi’ lontane nel tempo che quasi le abbiamo dimenticate.
Pero’ Bersani non dice qualcosa di infondato, in vero, quando ricorda a Renzi che l’attuale Governo si regge sui voti parlamentari usciti dalle elezioni del 2013. Più qualche altro appoggio sopravvenuto e necessario.
E’ infatti con l’allora segretario Bersani che il PSI di Riccardo Nencini aveva stretto un’alleanza elettorale, assieme a SEL di Nichi Vendola, per fronteggiare la destra e l’arrembante Grillo.
Sappiamo come finì, il PD di Bersani non vinse e non convinse, Grillo fece un’exploit mai visto prima nella Seconda Repubblica, ma neanche nella prima in vero, e Berlusconi poté dire di non aver poi perso cosi’ malamente.

Un pareggio che mise di nuovo tutto nelle mani del Presidente della Repubblica che, soprattutto spaventato dalla crescita improvvisa del movimento antisistema di Grillo, individuò in Letta il Premier di garanzia, sostenuto in modo bipartisan sulla scia delle Grande Coalizioni europee tese a fronteggiare il pericolo di partiti nati sulla rabbia e sull’emotività.

Il Partito Socialista Italiano non si tirò indietro e, con senso di responsabilità e facendo fede all’originario patto stretto con il PD, Italia Bene Comune, votò la fiducia al Governo Letta, seppur non partecipando al Governo.

Sappiamo poi che ci fu un avvicendamento alla Segreteria del PD con Renzi che, vincendo le primarie, sostituì il non perdente Bersani e, di li a poco, sostituì a Palazzo Chigi l’ancora fresco Premier Letta.

Il Partito Socialista Italiano individuò in Renzi la spinta riformista che costituisce il DNA del socialismo liberale italiano e votò senza dubbio alcuno la fiducia al Governo Renzi, di cui entrò a far parte con il suo Segretario Riccardo Nencini in qualità di Viceministro alle Infrastrutture, incarico ancora ricoperto.

Renzi ridusse le distanze tra PD e PSI quando decise di traghettare il PD nel PSE – Partito del Socialismo Europeo, filone ideologico politico socialista democratico incardinato nella storia d’Europa e nel Parlamento Europeo.

Volori come giustizia sociale, liberalismo, stato di diritto, diritti civili, crescita economica, stato sociale, meritocrazia costituiscono le fondamenta del socialismo europeo e li ritroviamo nella storia del socialismo italiano dapprima, da Turati a Rosselli a Matteotti da Nenni a Pertini e Craxi, e nel PD di Renzi oggi.
Un PD che ha trovato una sua identità italiana nella velocità e nel riformismo renziano ed una sua identità europea nell’adesione al PSE a Bruxelles.

Il supporto del PSI al Governo Renzi è fondato sulla condivisione dell’analisi della realtà italiana, bloccata da corporativismi, lentezze burocratiche e conflittualità endemica, e sulla proposizione di soluzioni pragmatiche ed ambiziose, all’altezza di un grande paese con una grande potenzialità.

A cosa serve il piccolo PSI accanto al grande e forte PD é la domanda che sorge spontanea.

La qualità del pensiero socialista italiano, riformista e liberale dai tempi di Nenni, è stata per anni il software della sinistra italiana divisa nei due assi della Guerra Fredda, ed ancora oggi può offrire idee e passione per affrontare e vincere, in Italia ed in Europa, la sfida riformista contro gli euroscettici, contro i conservatori, contro le forze antidemocratiche che rischiano di affossare la civiltà europea, lo stato di diritto europeo ed il progetto stesso di Europa.

La storia del socialismo italiano, parte importante della storia della sinistra italiana assieme al partito comunista italiano ed alla sinistra democratico cristiana, è una storia di oltre un secolo, ha promosso i progetti cooperativi di fine ‘800, le rivendicazioni elettorali di inizio ‘900, la lotta contro il fascismo, la nascita della Repubblica e della Democrazia del secondo dopoguerra, le rivendicazioni sindacali e lo Statuto dei Lavoratori, le riforme della sanità e della scuola pubblica, i diritti civili e le battaglie referendarie, le riforme pre-blairiane degli anni ’80, la condivisione dei valori di libertà della NATO nel corso della Guerra Fredda a sostegno dei popoli oppressi dell’Est europa, il progetto dell’Ulivo.

Una grande storia che ha rischiato di finire nel biennio del ’92 assieme alla tragedia giudiziario – istituzionale della fine della Prima Repubblica.

Il PSI non si è estinto e con fatica coraggio e passione ha ripreso il suo cammino di giustizia sociale e libertà, su gambe nuove, affianco al Partito Democratico per riportare l’Italia a standard di vita europei, per produrre posti di lavoro, per fermare l’emigrazione dei giovani laureati e non che scappano dall’Italia a cercare lavori all’estero, per regolamentare le relazioni industriali in modo giusto consentendo ai lavoratori di partecipare alle imprese presso cui lavorano con sistemi di cogestione (Mitbestimmung), per ridare dignità alle tante partite iva con l’acqua alla gola, per tornare a credere nella meritocrazia, nelle capacità degli italiani, nel sud del paese e nello Stato.

Leonardo Scimmi

Fare gli europei

Il Collegio Europeo si compone di varie Federazioni ricostituite sulla base delle gloriose federazioni del partito socialista italiano. Il PSI é presente con suoi compagni in Francia Belgio Lussemburgo Svizzera Germania e Ungheria, ha eletto membri dei Comites a Liegi Berna Basilea Neuchatel e Nizza ed ha eletto un membro del CGIE in Francia. Nel 2013 il PSI ha partecipato alle elezioni nella coalizione Italia Bene Comune con un candidato – Domenico Mesiano – presentato nelle liste per la Camera dei Deputati ottenendo quasi 4000 voti.

Il Collegio Europeo é cosciente del suo ruolo di supporto in termini di idee ed energie provenienti da esperienze nuove ed europee e focalizza la sua attenzione sui seguenti temi prettamente legati all’azione degli italiani all’estero :

Stati Uniti d’Europa

  • Classe dirigente europea
  • Lingua Europea comune
  • Sistema scolastico europeo comune
  • Quote Erasmus per il rientro degli italiani all’estero, ricercatori e non.
  • Erasmus della politica per formare coscienza e classe dirigente europea
  • Mitbestimmung, cogestione delle imprese
  • Patronati e consolati e scuole lingua italiana all’estero da sostenere

Quote Erasmus ed Erasmus della politica

Fino ad oggi solo un leader socialista ha saputo trovare le parole giuste, un leader tedesco, Martin schultz, la cui sensibilità teutonica lo ha portato a chiedere – con un misto fra il pragmatico ed il romantico – ai delegati presenti al Congresso PSE a Roma se non « sentissero il dolore di quei giovani che inviano ripetutamente i propri Curricula per cercare lavoro e che non ottengono risposta ».

In Italia forse nessuno si é accorto di quel dolore, anche perché i Curricula difficilmente vengono mandati per posta elettronica o cartacea, consci di essere prontamente cestinati. Nessuno si é accorto di quelle migliaia di e-mail inviate ogni settimana da migliaia di ex studenti che non possono soddisfare il proprio bisogno di indipendenza economica e soddisfazione professionale perché il lavoro in Italia non c’é e nessuno sembra aver veramente a cuore questo problema. E quando il lavoro c’é non é remunerato abbastanza per pagare gli affitti che sono pari a Londra nelle città dove oggi ci si sposta per lavorare. Paghe basse, tasse alte ed affitti alti.

Un film spagnolo anni fa puntava il dito contro la piaga della disoccupazione, non l’ho visto, ma il titolo mi é rimasto impresso : i lunedi al sole. Ebbene chi non lavora ha molto tempo per godersi il sole, il sole in Italia c’è, ed é gratis.

Anche per questo proponiamo l’introduzione di quote Erasmus che garantiscano il rientro o l’occupazione di chi ha svolto un periodo di studio o lavoro all’estero e che ha acquisito competenze personali e professionali tali da rendere lo studente o la studentessa in grado di gestire se stesso/a e di gestire anche altri qualora confrontato con ruoli manageriali. L’Erasmus é una scuola di vita ed é un patrimonio di conoscenze emotive culturali linguistiche che possono essere utili all’Italia paese spesso ancora chiuso e conservatore e non al passo con le società piu’ avanzate del mondo.

Le quote si rendono necessarie perché vale la regola per cui « lontano dagli occhi lontano dal cuore » e pertanto nessuno si cura di chi é all’estero e si ritiene sistemato, ovvero non piu’ un problema per l’Italia. Al contrario gli Erasmus ed i lavoratori all’estero in generale, una volta rientrati in Italia sono abbandonati al « mercato » dove devono dimostrare non so cosa, invece di essere semplicemente utilizzati per cio’ che meglio sanno fare : dialogare con l’Europa, svolgere lavori in vari settori regolati dalla Unione Europea, parlare lingue straniere etc etc.

Le quote come la tracciabilità del percorso dello studente o lavoratore sono essenziali per poter dare un significato allo studio dell’Erasmus valorizzando il risultato ottenuto ed impiegandolo a vantaggio del sistema paese.

L’Erasmus non é una passeggiata in spiaggia od al beach party, é una scuola di vita impareggiabile, cosi’ come ogni esperienza all’estero, sia essa di studio o di lavoro.

Mozart diceva che viaggiare non necessariamente é utile, ma sicuramente chi ha passione e intelletto per profittarne ne risulterà arricchito.

L’Italia deve sfruttare queste risorse.

Patronati, Consolati, Istituzioni e Collegio estero

Le nostre Istituzioni nazionali manifestano un crescente disinteresse per gli emigrati, ” Italiani all’Estero ” .

Ne é un’evidenza il sistematico ritardo, e le metodiche sempre più pesanti riduzioni, con cui vengono assegnati i finanziamenti per le nostre Comunità.

A fronte di un’oggettiva ed evidente ripresa dell’emigrazione, vengono viceversa chiusi in successione sempre più Consolati e Comites, mentre i Patronati stanno subendo un pesante attacco denigratorio e finanziariamente distruttivo.

Occorre rafforzare la presenza di scuole italiane di primordine per diffondere la cultura italiana nel mondo sul modello del Goethe Institute.

 

Eppure, gli Italiani all’estero, meriterebbero ben altra considerazione dalle nostre Istituzioni.

Primariamente ed in buona sostanza, occorre ricordare che, emigrando, non si é più un problema occupazionale nazionale né tantomeno locale.

Gli emigrati, con le loro rimesse hanno, viceversa, rappresentato e rappresentano ancora una voce importante per lo stesso il Bilancio Nazionale.

Essi non hanno mai chiesto al loro Paese, ma hanno sempre dato e danno ancora tanto sia in termini economici che in termini di immagine dell’Italia all’estero. Per secoli sono stati poi i migliori ambasciatori del prodotto italiano nel mondo, peraltro a totale costo zero per il contribuente italiano.

Ed allora diviene quantomai necessario intervenire in proposito e farsi conoscere meglio sia dall’opinione pubblica italiana che da quanti in ambito istituzionale hanno una visione distorta o, più verosimilmente, una totale sconoscenza degli italiani all’estero, dimostrando con dati di fatto che gli Italiani all’estero sono stati e sono ancora una importante risorsa per il nostro Paese e non già una zavorra da abbandonare a se stessa.

Gli italiani all’estero sono una risorsa e spesso sono quelli che di piu’ acquistano i beni made in Italy contribuendo alle esportazioni del Paese.

Gli italiani all’estero sono 5 milioni. 2 milioni e mezzo in Europa solamente. I piu’ in Germania e Svizzera poi Belgio e Francia e Gran Bretagna dove Londra da sola ne conta 250 mila.

Lo stato italiano sta perdendo risorse fondamentali giovani e formate e non sembra preoccuparsene. La classe dirigente italiana spicca per provincialismo ed il loro sguardo si ferma al confine.

Noi vogliamo dare coscienza agli italiani europei e riformisti, un modo per creare l’Europa e gli europei.

Le istituzioni, il collegio elettorale estero, sta mostrando i suoi limiti. Manca di prospettiva ed é legato a rituali di un mondo dell’emigrazione che sembra non essere in linea con quanto avviene oggi. Il Collegio estero deve essere portatore di idee energie e classe dirigente e non appiattirsi su vecchi rituali derivati da un mondo dell’emigrazione diverso e antico.

Stati Uniti d’Europa

 Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo si presenta non piu‘ bipolare ma multipolare. USA Russia Cina India sono i players mondiali.

L’ONU appare bloccata su un assetto nato alla fine della seconda guerra mondiale non piu’ attuale e difetta di efficienza (diritto di veto, difficile da modificare).

NATO appare come la soluzione piu’ efficace in Europa, ma è unilaterale e non si adatta ad un mondo oramai non piu’ bipolare bensi’ multipolare.

Al momento una balance of power sembra essere l’unica soluzione possibile, dove i vari players mondiali si accordano per risolvere questioni regionali, sotto il controllo – piu’ o meno interventista – degli Stati Uniti, unica grande potenza rimasta, a volte insospettita dal potenziale asse Berlino Mosca Pechino.

I conflitti regionali causano, tra le altre tragedie, una inaspettata e forte migrazione di massa che riguarda in primis l’Europa.

Problemi principali

Mancanza dell’Europa fra i players mondiali.

Allocazione delle quote migranti nei paesi membri dell’Unione Europea.

La soluzione é creare gli Stati Uniti d’Europa (USE) – federali – capaci di esprimere una politica estera comune, una politica di difesa comune, di giocare un ruolo nel balance of power mondiale e capace di allocare le quote dei migranti nei paesi degli Stati Uniti d’Europa.

Come creare gli Stati Uniti d’Europa ?

Superare il Trattato di Lisbona, rilanciare la Costituzione Europea, riprendere I lavori ed arrivare alla Costituente Europa nel 2017.

Creare gli Stati Uniti d’Europa dall’alto ma parallelamente lanciando il grande progetto mediatico di costituzione di una cultura europea unita.

Dare competenze esclusive all’Europa in materie di politica estera e difesa fisco e interni, spostando tutto nel primo pilastro.

Chi vuol essere in Europa deve rispettarne le regole federali. Meglio pochi ma convinti che allargare a Paesi che rallentano il processo di integrazione. Non è questione economica ma di accettare o meno il modello federale e le regole del decision taking.

L’Europa non é solo finanza ma é anche e soprattutto democrazia sociale democrazia economia democrazia industriale e diritti umani, quindi i Paesi membri devono accettare tutto il pacchetto e non solo cio’ che fa loro comodo.

Chi deve rilanciare la Costituente Europea?

Il PSE manca di iniziativa da tempo ed è schiacciato sui temi economici dai conservatori. Il PSE non riesce a dare ai cittadini un « sogno », un progetto vero e perseguibile e di grande portata.

Il PSE puo’ coagulare intorno a se le forze europeiste rilanciando la Costituente Europea in un Congresso straordinario da tenersi quanto prima.

Roma 2016 Congresso straordinario PSE

Il PSE deve essere credibile. I paesi del mediterraneo devono tagliare la spesa corrente e ridurre il debito pubblico per essere credibili in Europa.

Come vincere gli euroscettici, i nazionalisti e le forze populistiche anti – Europa?

Grande sforzo mediatico e di investimento culturale.

L’Europa non è divisa in Nazioni ma è divisa in culture, lingue, tradizioni, storie, geografie umane e sociali.

Urge un enorme sforzo mediatico per convincere gli europei dei vantaggi dell’Europa, della crescita, della sicurezza, dei vantaggi dell’insieme rispetto alla particella.

Quali progetti possono aiutare a creare gli Europei degli Stati Uniti d’Europa, capaci di accettare decisioni a maggioranza prese dal Parlamento Europeo e dal Governo Europeo ?

Lanciare il progetto Erasmus della Politica, con scambi di giovani studenti lavoratori a lavorare in parlamenti di altre nazioni, nei governi, nelle corti costituzionali etc.

Prevedere quote erasmus al rientro, quindi tracciare chi ha studiato e lavorato in altri paesi europei, creare data base e prevedere quote nelle Pubbliche Amministrazioni e enti affini per iniettare quote di europeismo umano nella società dei paesi nazionali.

Creare degli scambi continui e duraturi (5 anni) fra i funzionari delle pubbliche amministrazioni, controlli, corte di conti, inviati a lavorare in altri paesi, ovviamente remunerati a dovere.

Prevedere forme di controllo di spesa, appalti, amministrazioni affidate a funzionari inviati dalla Comunità Europea e di nazionalità diversa da quella del controllato.

Coordinare i sistemi educativi e scolastici in generale.

Prevedere l’inserimento di due lingue uniche nelle scuole, modello Lussemburgo.

Chiuso il processo di creazione della CULTURA EUROPEA si finalizzera’ anche il progetto della Costituzione Europea e degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa, forte sulle sue gambe federali, saprà trovare la sua identità solidale sociale diplomatica e di difesa dei propri confini. Saprà tutelare i confini, saprà accettare i migranti in fuga dalle guerre, intervenire col suo peso diplomatico per evitare guerre o potrà intervenire in missioni di peackeeping o state building con il proprio esercito, sotto l’egida dell’ONU quando, nel cui Consiglio di Sicurezza siederà ovviamente.

L’Europa potrà intervenire con moral suasion ma anche con mezzi diplomatici e perfino militari in operazioni di tutela prendendo il posto della NATO.

L’Europa unita con una propria politica estera potrà evitare il pericoloso spostamento dell’asse diplomatico verso l’est, verso la Russia in un continente sempre piu’ Euroasiatico.

L’Europa si pone come terza forza fra USA e Asia.

Una diplomazia europea che guarda ai diritti umani, al sud del mondo, all’Africa al Medio Oriente. Propone una soluzione al conflitto Israelo Palestinese, difende Siria Iraq Libia dall’avanzata dello Stato Islamico, promuove la libertà dalle dittature. Un’Europa che si pone come argine anche al rinnovato imperialismo russo come nel caso inaccettabile della annessione della Crimea e svolge un ruolo intermedio tra USA ed Asia.

Mitbestimmung

Dal caso greco si è sviluppato un interessante dibattito sul ruolo della socialdemocrazia.

L’accusa alla socialdemocrazia è di essere irrilevante, schiacciata su posizioni filogermaniche e conservatrici per la SPD e, in generale, che la socialdemocrazia ha terminato il suo ruolo storico, incalzata a destra dai rigoristi conservatori ed a sinistra dai movimenti contestatori radicali che si oppongono con più determinazione al pensiero unico raccogliendo – forse – più consenso.

Le soluzioni prospettate per risolvere la crisi della socialdemocrazia vanno dalla meritocrazia (modello Schroeder) al rilancio del ruolo regolatore ed interventista dello stato sul mercato, al ritorno al primato della politica, al rafforzamento dei legami del socialismo internazionale fino alla nuova Bad Godesberg del socialismo europeo e la lega dei socialismi mediterranei.

A nostro avviso la socialdemocrazia – quale sinistra pragmatica razionale e gradualista – non ha esaurito affatto la sua spinta egalitaria verso la giustizia sociale e la libertà, come insegnava già Pertini.

Il modello socialdemocratico fondato sulla razionalità, sul pragmatismo, sul compromesso fra mercato e stato sociale, fra proprietà e lavoro, fra classi sociali, fra pubblico e privato e soprattutto sulla Mitbestimmung è ancora valido ed attuale e lo vediamo in Germania, che non ci pare soffra particolari problemi sociali.

Quindi la socialdemocrazia funziona.

Quello che a nostro avviso manca alla socialdemocrazia europea è un tema forte per riprendere la leadership del dibattito, invece di inseguire i conservatori da un lato o i vari movimenti sorti sulle ceneri del comunismo dall’altro.

Noi del Collegio europeo proponiamo da tempo un’idea concreta per ridare fiducia alla socialdemocrazia europea: la Democrazia industriale in tutta Europa, che aumenta la responsabilizzazione dei lavoratori e del popolo in generale rendendolo partecipe del progetto comune, sia esso l’impresa o lo Stato.

La crisi economica ha dimostrato che i poteri nazionali e statali sono deboli verso i poteri privati e sovranazionali.

Allora come ricondurre il mercato ad un controllo che impedisca crisi ed ingiustizie sociali? Statalizzare o nazionalizzare tutto non ci sembra praticabile.

Ed allora si deve agire su base negoziale, fra le parti, fra lavoratori e proprietà, si fanno iniezioni di democrazia industriale, costringendo i proprietari a venire a patti con i lavoratori dipendenti, che sono poi i cittadini per lo più.

La chiave è negoziale, lo scopo è la democrazia industriale, il fine ultimo è la mitigazione degli effetti collaterali del capitalismo finanziario internazionale.

Non è il tutto, ma è un buon inizio. Altri stakeholderrs potranno sedere in Consiglio di Sorveglianza, come rappresentanti dei consumatori, o del mondo ambientalista o delle istituzioni. Un compromesso per il bene di tutti. Stile socialdemocratico.

Il coordinamento per il Collegio Europeo

Leonardo Scimmi – PSI Svizzera

Carlo Sconosciuto – PSI Lussemburgo

Marco Giani – PSI Lussemburgo

Mariano Franzin – PSI Svizzera

Antonio Duranti – PSI Belgio

Enrico Musella – PSI Francia

 

Altre firme

Checco Zalone un Erasmus per l’Italia – Leonardo Scimmi

La visione del film Quo Vado ha confermato che l’Italia é per molti versi rimasta quella di decenni fa, stessi concetti, stessi vizi, stessi pregiudizi.

Il film é bello divertente veritiero ed intelligente ma non lascia speranza all’italiano o all’italiana, se non quella di andare in Africa a fare beneficenza, senza dubbio progetto lodevole, pero’ fuori dalla portata del comune cittadino italiano.

L’Italia ha bisogno di un Erasmus.

Ebbene si, il viaggio che Checco Zalone fa in Norvegia gli apre la mente, anche se poi gli sconvolge l’esistenza fino alle lacrime, mettendo in discussione una identità che sembrava acquisita e giusta ed invece é non solo relativa, come spesso accade, ma forse in alcuni aspetti perfino sbagliata, ingiusta, retrograda, old fashioned.

Il mondo avanza, nel bene e nel male, e l’italiano insiste sui luoghi comuni duri a cambiare, il posto fisso, la dipendenza dalla famiglia, un certo machismo, il mancato rispetto delle regole.

Il singolo puo’ risultare simpatico, ma l’insieme diventa ingovernabile e inefficiente.

Un Erasmus per l’Italia é quello che ci vuole verrebbe da dire, come Checco Zalone si parte in Norvegia o in altri paesi diversi dal nostro e comunemente ritenuti piu’ civili, per scoprire noi stessi, i difetti, i pregi e cambiare un po’ che non fa male.

Viaggiare e vivere in paesi estremamente razionali, fino all’eccesso, aiuterà l’italiano o l’italiana a scoprire l’altro ed a capire se stesso come singolo e come collettività.

Auguriamo a tutti di poter fare questo Erasmus verso il nord, verso il razionalismo, il civismo, anche se, come a Checco Zalone, ben presto vi mancherà Albano e Romina e, chissà, perfino il mitico Gerry Scotti in TV.

 

UK: rimanere in Europa per cambiarla – intervista ad Andrea Pisauro

di Francesca Lacaita

dal sito Europa in Movimento

http://www.europainmovimento.eu/

Intervista ad Andrea Pisauro.

Parlando di Regno Unito e di Brexit è facile cadere in quel paradigma “nazionalista” (amorosamente coltivato dalle stesse élites britanniche nei confronti dell’Europa) che ci fa vedere nei governi nazionali l’incarnazione univoca della volontà popolare, senza contrasti o contraddizioni. È facile vedere solo l’euroscetticismo neoliberista della destra britannica, più sguaiato nella versione di Nigel Farage, più pensoso nella versione del premier David Cameron (con cui il nostro Presidente del Consiglio riesce a trovare più di qualche intesa), o le ambiguità dell’europeismo in versione Blair, o il nazionalismo insulare di tanta sinistra britannica. Tuttavia qualcosa di nuovo che sfugge ai radar mainstream c’è anche lì. Un “altereuropeismo” certamente minoritario, ma che esprime una voce diversa in un dibattito sempre asfitticamente incentrato su “dove stanno gli interessi britannici”.

Un “altereuropeismo” con cui occorre relazionarsi, invece di indulgere in fantasie “pro-Brexit” nell’illusione che liberandosi della zavorra rappresentata dallo UK l’Unione Europea sarebbe finalmente libera perseguire le sue magnifiche sorti e progressive. Ne parliamo con uno dei suoi esponenti, Andrea Pisauro.

Andrea è di Roma, dove si è laureato in Fisica, e ha recentemente conseguito un dottorato in neuroscienze allo University College of London. Lavora attualmente all’Università di Glasgow, dove è ricercatore in Neuroeconomia. È coordinatore del Circolo “Radio Londra” di SEL UK ed è stato candidato alla Camera nel 2013 per la Circoscrizione Estero. Attualmente è impegnato nella campagna “Another Europe is possible”, contro l’uscita del Regno Unito dalla UE, e al tempo stesso per una trasformazione radicale delle istituzioni europee in senso democratico e sociale. Un testo chiave di questa campagna è l’articolo di Luke Cooper intitolato EU debate: We need to stay in Europe to change Europe, che è stato pubblicato sulla rivista “Red Pepper”; notevole anche il video “The Choice”, dove compare pure Andrea.

1) Andrea, la campagna di “Another Europe is possible” è appena agli inizi. Che impressioni hai in prospettiva del suo andamento?

La campagna sta crescendo ed ha un notevole potenziale. Guarda a quella fascia di elettorato che rimane insensibile agli argomenti della retorica europeista “ufficiale”, tutta incentrata sulla difesa degli interessi della grande impresa e del “business”. Un europeismo radicale e idealista è infatti indispensabile per parlare ai tanti che, anche in UK, guardano con sgomento all’Europa dell’austerity e alla perversa governance dell’Eurozona che ha umiliato la Grecia nella scorsa estate. C’è anche qui una vasta fetta di società che è arcistufa della ricette e retorica neoliberiste, si riconosce nella leadership di Jeremy Corbyn e guarda con speranza all’“altra Europa” di Syriza e Podemos come antidoto al populismo della destra xenofoba.

Si tratta peraltro di un ribaltamento della posizione storica della sinistra radicale britannica: nel precedente referendum del 1975 il Labour si spaccò e la sinistra interna votò contro l’adesione alla Comunità Europea. Un cambiamento che ricalca un atteggiamento molto più favorevole all’Europa delle nuove generazioni in prospettiva molto importante per superare lo storico isolazionismo britannico, che ha oggettivamente favorito la deriva germano-centrica della UE.

2) Qual è lo stato attuale del dibattito sul referendum in UK?

Un dibattito noioso o disinformato, per lo più avvitato attorno al tema dell’immigrazione, cavalcato in modo del tutto strumentale dagli euroscettici, che denunciano gli imponenti flussi migratori provenienti dal resto d’Europa tacendo degli enormi benefici che apportano all’economia britannica. Soffiano sul fuoco i tabloid come il Daily Mail e quella parte dei Conservatori più spregiudicata, che pur non avendo ancora preso posizione sul referendum, lancia proposte ridicole e discriminatorie, come quella del ministro dell’interno Theresa May, che vuole cacciare dal Regno gli immigrati extra UE che guadagnano meno di 35 mila sterline l’anno!

Lo UKIP di un indebolito Farage non riesce, paradossalmente, a prendersi il centro della scena, e la campagna ufficiale ha la sua spina dorsale nella potente corrente euroscettica dei Tories e negli appoggi pesanti di una parte della finanza e dell’imprenditoria filoamericane.

Dall’altra parte vi è l’ingessatissima campagna europeista di Britain Stronger in Europe, che inquadra la questione dell’appartenenza all’UE unicamente in termini di benefici pratici, principalmente di natura economica. Una campagna cross-partitica, fondata su un approccio pragmatico che unisce Tories, Libdem e la destra del Labour.

Il Labour ha a sua volta lanciato una campagna ufficiale un po’ sbiadita che tiene conto della diversità di approcci al suo interno. Tuttavia Corbyn ha unito il 90% del partito sulla posizione europeista e ha preso una posizione coraggiosa rispetto alle negoziazioni del governo in un importante discorso al parlamento europeo, schierandosi contro qualunque concessione alle richieste di Cameron che comporti un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori europei in UK.

3) A che punto è la negoziazione di Cameron? C’è il rischio che alcune sue richieste vengano accolte degradando ulteriormente l’integrazione europea?

Il rischio è quasi una certezza. I leader europei devono assolutamente dare un contentino a Cameron che gli permetta di salvare la faccia in patria e presentarsi al paese come vittorioso nello scontro con Bruxelles, conditio sine qua non per poter chiedere un voto a favore della permanenza.

Tuttavia occorre distinguere tra le richieste di Cameron quelle che sono proposte di facciata e quelle a cui concretamente punta. Di sicuro non può ottenere nulla sulla limitazione alla libera circolazione delle persone né sulla modifica degli enunciati di principio sulla “ever closer union” o sull’euro come moneta ufficiale della UE, che sono manifesti ideologici dell’Unione. Potrebbe invece ottenere significative concessioni sul cosiddetto “freno di emergenza” all’adozione su scala nazionale della legislazione europea, nonché su qualche limitazione di ridotta entità all’accesso ai benefit per i migranti europei. Si tratterebbe comunque di aggiustamenti non di poco conto nella stabilizzazione di una gestione degli affari europei fondata sulla mutua convenienza per i governi, in un’Unione fondata sul mercato unico, dominata dagli egoismi nazionali e governata tramite accordi flessibili dettati dalle contingenze politiche. Una visione dell’Europa peraltro non dissimile da quella di Renzi che declassa la Commissione e i commissari a una casta di burocrati e scarica la Mogherini che non difende “gli interessi italiani”.

Il gamble di Cameron rimane comunque pericolosissimo. Un voto di rottura con l’Europa segnerebbe la fine del suo governo, una quasi sicura scissione del suo partito (al punto dilaniato sulla questione che Cameron ha dovuto concedere libertà di voto ai suoi stessi ministri), e una quasi certa disintegrazione del Regno, con gli scozzesi che prenderebbero la palla al balzo per chiedere un nuovo referendum sull’indipendenza.

4) Chi sono i vostri sostenitori in UK?

Abbiamo il pieno supporto dei Greens, con l’adesione dell’unica deputata Caroline Lucas, ma anche un sostegno importante del Labour. Ha infatti aderito il luogotenente di Corbyn per gli affari economici John McDonnell, e ci sostiene una deputata della sinistra interna molto in vista come Diane Abbott.

Oltre a loro, think tank di area Labour come Compass, associazioni europeiste progressiste come European Alternatives. Abbiamo poi ricevuto supporto informale da molte associazioni federaliste non particolarmente di sinistra ma che comprendono bene la necessità di mobilitare il voto più ideologicamente orientato.

5) Il vostro lavoro è tanto più difficile non solo in quanto la Gran Bretagna è un paese  tendenzialmente euroscettico, ma anche, e forse soprattutto, in quanto manca quella tensione europeista a livello di massa, quella convinzione che “insieme in Europa possiamo far meglio”, che nel “Continente” è condivisa in tutti gli strati sociali, in tutte le famiglie politiche, a prescindere dalle critiche all’“Europa reale”, e che costituisce ovviamente anche il fondamento di ogni “altereuropeismo”. In UK, invece, l’europeismo tradizionale è in generale algido, elitario, e perlopiù pro-business. Come vi confrontate con questo stato di cose?

È un euroscetticismo che nasconde una nostalgia imperiale, il cui retaggio si nasconde dietro la retorica del Commonwealth come dimensione di sviluppo. Si tratta, pure al netto di genuine relazioni culturali con paesi affini sul piano della lingua, delle tradizioni e dei sistemi istituzionali (non va dimenticato il ruolo della regina, capo di stato di molti di questi paesi), di un retaggio privo di prospettiva storica, figlio dell’incapacità del conservatorismo inglese di rassegnarsi alla fine dell’era imperiale e coloniale.

Si fa strada tra i giovani un senso di nuova appartenenza alla famiglia europea che trova la sua migliore rappresentazione in quella Londra cosmopolita che è per molti aspetti la vera capitale della UE, la città dove vive il maggior numero di cittadini europei.

Il vero problema è proprio che un’analisi oggettiva e disincantata della crisi di un’Europa che dimentica il sogno di Schengen non spinga il barometro del buonsenso britannico a pendere verso l’abbandono del “Titanic Europa”, ben oltre le ragioni ampiamente superate dell’isolazionismo britannico. I sondaggi parlano di un paese spaccato a metà.

6) Tra le caratteristiche invece del nuovo europeismo in UK spiccano certamente la notevole presenza di migranti e la difesa dei diritti di cittadinanza europea (che a quanto ne so non si riscontrano altrove). Quanto riesce a incidere l’attivismo dei migranti nella percezione dell’Europa da parte dei locali?

L’afflusso massiccio di migranti europei ha senz’altro contribuito a spostare il dibattito sui diritti di cittadinanza, anche in virtù del fatto che la questione è naturalmente politicamente viva in una democrazia transnazionale come quella britannica dove convivono quattro paesi e vengono mantenuti status speciali per cittadini irlandesi e dei paesi del Commonwealth.
La questione del franchise elettorale, ovvero di chi potesse votare al referendum, ha tenuto banco per settimane. Alla fine al referendum potranno votare i cittadini del Commonwealth ma non i cittadini europei, a differenza di quanto avvenne nel referendum sull’indipendenza scozzese. Chiaramente dove ci sono molti migranti come a Londra, attivisti o meno, europei e non, la percezione dell’Europa è più favorevole. L’euroscetticismo e la xenofobia prevalgono in zone periferiche dove l’immigrazione è quasi del tutto assente.

7) Hai da poco iniziato a lavorare a Glasgow. Come appare l’Europa vista dalla Scozia rispetto a Londra?

Appare sicuramente più attraente! La Scozia è aperta e solare, a dispetto del clima, e si sente probabilmente più europea che britannica. Il referendum sulla permanenza nella UE in Scozia sarà un plebiscito per lo STAY. E se l’esito complessivo sarà la rottura, non saranno solo i nazionalisti a spingere per l’indipendenza.

8) Avete contatti con forze politiche o sociali, o movimenti europeisti in Europa?

Supportiamo l’idea di Varoufakis di un movimento pan-europeo per la democratizzazione e socializzazione dell’Unione e stiamo seguendone gli sviluppi mantenendo contatti con l’organizzazione.

9) Come vorresti che vi sostenessimo dal resto d’Europa?

Sarebbe bello riempire di calore la campagna europeista, fare sentire la vicinanza dei popoli degli altri paesi e la tristezza al pensiero di una “scissione” che indebolirebbe tutto il progetto europeo, forse in modo irreversibile. Raccontate perché without Britain there is no Europe.
Il referendum sul Brexit riguarda tutta l’Europa e non si vincerà solo con la razionalità economica. Serve la passione di chi lotta per costruire un’altra Europa Possibile.

Ceci n’est pas l’Europe – Giulio Saputo

I numerosi attentati che si sono susseguiti dall’inizio di questo 2016 rivelano che la situazione di instabilità politica in numerose aree del Medio Oriente, di Africa ed Asia non è stata ancora efficacemente affrontata. Proprio di questi giorni è la notizia di un’altra terribile strage a Istanbul perpetrata dai militanti affiliati a Daesh. Il califfato si rafforza intanto in Libia e continua a combattere e compiere attacchi in Iraq. Persino in Indonesia, a Giacarta, si sono attivate delle cellule terroristiche Is che contendono il terreno ad Al Qaeda, che però ha a sua volta reagito attaccando violentemente su altri territori, come è avvenuto in Burkina Faso. Sono stati bombardati ospedali di MSF, uccisi più di 300 civili in un singolo attacco in Siria e continuano ininterrottamente le deportazioni dei familiari di militanti sciiti nella pressocché evidente impotenza della comunità internazionale.

Cosa sta facendo l’Europa mentre il mondo intorno a lei brucia?

Si piega sotto i colpi di populisti ed euroscettici, vede il suo ruolo di garante della democrazia messo in dubbio all’interno dei suoi stessi confini dalla drammatica situazione in Polonia, si frantuma con la scusa dell’insostenibilità di Schengen.

Ogni giorno ascoltiamo le accuse che politicanti di ogni colore destinano all’Europa, ma i veri colpevoli non vanno cercati a Bruxelles. Chi ha il potere di agire per invertire questa pericolosa tendenza che ci sta lentamente trascinando nel baratro sono i 28 Governi degli Stati nazionali che compongono l’Unione europea con una drammatica ristrettezza di vedute e che sono incapaci di reagire insieme.

Eppure molte delle aree coinvolte da conflitti endemici, ormai privi di autorità statale, sono di evidente interesse geopolitico per l’Unione europea, anche perché lo stesso problema dell’ «insostenibilità dei flussi migratori» è molto spesso legato all’incapacità di trovare una soluzione ad alcune di queste guerre, come accade chiaramente per la Siria. Nonostante tutto questo, i Governi europei tentennano ancora sul dotare l’Europa degli strumenti per poter agire e si muovono separatamente, con i risultati mediocri che sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa stiamo aspettando per dotare l’Unione degli strumenti per fronteggiare le sfide di questo mondo globale?

Purtroppo questo nuovo anno si apre per l’Ue all’insegna di una forte incertezza politica, basti leggere le dichiarazioni di Juncker e Schulz del 12 gennaio che esplicitamente parlano di «crisi multiple» sostanzialmente irrisolte rispetto al 2015 e che lasciano percepire la quasi inquietante incapacità di prevedere un salto in avanti o un’inversione di tendenza rispetto ai mesi appena trascorsi.

I flussi migratori non si sono arrestati con l’inverno ma sono anzi proseguiti. Questa sfida ha ampiamente rivelato l’incapacità di intraprendere azioni collettive da parte degli Stati europei: mentre aumentano le morti dei migranti in fuga da guerre ed orrori, l’unico accordo concreto che si è raggiunto per l’accoglienza prevede una redistribuzione tra i 28 paesi di 160 mila profughi nell’arco di 2 anni. Ad oggi non siamo ancora a 200 ricollocamenti, mentre gli arrivi hanno superato abbondantemente il milione nella sola Germania. Intanto l’ondata populista che proviene dagli sciacalli della politica nel tentativo di sfruttare la paura delle violenze di Colonia, allo stesso modo degli attentati terroristici di matrice islamica, rischiano irreparabilmente di segnare il linguaggio politico per tutto l’anno e di arginare ogni forma di solidarietà. Per comprendere i rischi di queste derive basti vedere le violente reazioni dei gruppi di estrema destra, coordinatisi sui social network, che hanno attaccato un intero quartiere a Lipsia. Non possiamo arrenderci e cadere preda di queste barbarie fasciste, l’Europa è e deve essere un faro nel mondo di giustizia e democrazia.

Davvero vogliamo spogliare i profughi sopravvissuti ai viaggi sulle «rotte delle tragedie» delle poche risorse che hanno come si stanno apprestando a fare in Svizzera ed in Danimarca? Noi rappresentiamo la speranza, un modello per un mondo migliore, cosa stiamo diventando invece?

L’opinione pubblica europea sembra davvero incapace di una qualche forma di sensibilità, c’è chi ha detto a una manifestazione davanti la cancelleria tedesca a settembre che «in questo momento, l’unica cosa che non ha frontiere è la vergogna». Chiudiamo gli emigrati e i richiedenti asilo in delle specie di campi di concentramento facendo finta che il problema non esista o che prima o poi si esaurisca da solo, ma qui stiamo parlando di esseri umani e non di speculazioni filosofiche.

La stessa reazione intergovernativa che ha seguito i fatti del 13 novembre a Parigi, si è tradotta in una risposta securitaria alimentata dall’allarme del terrorismo permanente a cui è stato legato il problema dell’immigrazione. Entrambe le problematiche sono state accumunate e viste unicamente con la lente della sicurezza e della paura, una risposta politica che ci ha portato verso una spersonalizzazione del migrante e, molto spesso, ad una sua criminalizzazione.

Questa situazione, se da una parte sta mettendo a rischio i progressi nell’integrazione europea come la stessa area Schengen e la libera circolazione, dall’altra non è assolutamente sufficiente a garantire la sicurezza dei cittadini europei né a rilanciare un modello di integrazione sociale valido per tutta l’Unione che possa tutelare gli immigrati e i loro figli. Dobbiamo rispondere alla paura con la forza della solidarietà e non con la sospensione della democrazia.

Il clamoroso risultato elettorale ottenuto dal Front National in Francia dovrebbe far riflettere i nostri leaders sui pericoli che stiamo correndo restando inattivi. I Governi europei potrebbero assecondare subito le proposte di riforma che stanno elaborando al Parlamento europeo, superando definitivamente i regolamenti di Dublino verso la realizzazione di un’unica politica di asilo e per l’immigrazione, come già ricordato anche dal Ministro degli Esteri Italiano Gentiloni o dalla Presidente della Camera dei Deputati Boldrini.

Le uniche frontiere che dovrebbero essere sorvegliate da un’unica forza di polizia per rendere efficace le velleità di sicurezza paventate contro il terrorismo dovrebbero così essere quelle europee, non quelle nazionali.

Per avere poi una voce che possa essere ascoltata nel tentativo di risolvere il conflitto endemico che si svolge in Medio Oriente e che vede contrapporsi le potenze sunnite e sciite, origine anche del terrorismo internazionale di matrice islamica, l’Ue non può che adottare una politica estera unica. Solo allora, in questo mondo multipolare, l’Europa potrà tornare a svolgere un ruolo da protagonista sullo scenario politico globale. Per agire in questo senso c’è una strada resa chiara anche dalla discussione che è in corso con Cameron sulla Brexit: l’integrazione differenziata. L’eurozona ha un evidente bisogno di un governo politico democratico dell’euro e di un bilancio dotato di risorse proprie per sopravvivere.

Questa Europa che si potrebbe realizzare, dotata di due velocità, da un lato potrebbe mantenere al suo interno molti Stati restii a proseguire col processo di integrazione, dall’altro permetterebbe di andare avanti a coloro che desiderano raggiungere l’unione politica. Un’eurozona dotata di un governo federale potrebbe anche rilanciare lo sviluppo e operare un piano, che si accompagni a quello già elaborato dalla Commissione sul livello dell’intera Unione, per superare i disequilibri dati da un’eccessiva e controproducente politica di austerità.

Insomma, prima che le spinte centrifughe rischino di abbattere l’intera Unione, dobbiamo compiere una riforma istituzionale con il preciso scopo di avere degli strumenti per affrontare questo e i prossimi anni a venire salvaguardando i valori che hanno reso l’Europa degna di un Nobel per la pace. Non possiamo permetterci di restare inattivi questo 2016, attendendo le elezioni del prossimo anno per agire, poiché in Europa i cittadini saranno già chiamati al voto numerose volte nei prossimi mesi: abbiamo le elezioni in ben cinque länder tedeschi, le presidenziali in Austria e Portogallo, le legislative in Slovacchia, Irlanda, Lituania e Romania.

Abbiamo visto in Polonia di cosa è capace un governo euroscettico in pochi mesi. La stessa procedura che è stata aperta dalla Commissione contro il governo polacco risulta comunque tardiva, perché cade in uno dei momenti di maggior divisione degli ultimi sessant’anni dell’Unione europea. Dobbiamo reagire a questa situazione prima che si estendano le forze antieuropeiste e ci riportino in un baratro di conflittualità tra nazioni.

La II Guerra Mondiale è così lontana? «Non c’è bisogno di viaggiare nel tempo per essere degli storici» e capire quali sono le derive future di un’Europa divisa ancora una volta in Stati nazionali.

Le iniziative non mancano, basti vedere le proposte di riforma dell’architettura dell’Unione presentate da Duff, da Bresso e Brock o da Verhofstadt. Ad oggi manca però una leadership che rilanci anche il ruolo dei Governi e dia un appoggio concreto al Parlamento europeo. Chi se non l’Italia può svolgere un ruolo determinante per il rilancio delle parole d’ordine dell’integrazione fra gli Stati membri?

Come ricordato dal Presidente Napolitano, intervistato lo scorso 15 gennaio su La Stampa e che proprio questo fine settimana ha ricevuto il “Riconoscimento Altiero Spinelli ai costruttori dell’Europa federale”, occorre che il Governo italiano prenda una posizione decisa a favore degli Stati Uniti d’Europa, appoggiando i processi di revisione dei trattati e rilanciando tutte le possibilità di approfondimento dell’Unione a trattati esistenti.

Solo con un’Europa federale porremo fine a questa situazione di crisi endemica e torneremo a sperare in un domani migliore per noi stessi ma soprattutto per le prossime generazioni.

A questo appello non possono rispondere solo gli intellettuali e i politici, avremo bisogno di tutte le forze progressiste della società civile, dei cittadini e della forza dell’opinione pubblica che dovrebbe essere resa partecipe della via più bella per uscire dalla crisi, quella dell’unità d’intenti con un alto sistema di valori contro ogni forma di resa a una realtà ritenuta ingovernabile. Reagiamo insieme, come europei è giunto il momento di decidere se fare la storia o continuare a vivere ai margini di essa.

Salviamo l’Europa, costruiamo la Federazione europea.

La sfida della socialdemocrazia in Europa – Federico Quadrelli

In base gli ultimi sondaggi l’SPD continua a perdere consenso rispetto al risultato delle elezioni federali del 2013 quando Peer Steinbrück ottene il 25,7%. Oggi, siamo tornati ai livelli del 2009, quando ottenne il suo peggior risultato storico, ossia il 23%. Lo scenario per l’SPD appare molto negativo per questo 2016 che sarà un anno importante poiché ci sono elezioni in diverse regioni, per esempio qua a Berlino.

Dopo le elezioni in Spagna, che hanno visto il PSOE sprofondare e assestarsi al 20% circa e in Francia, dove il PS ha avuto percentuali in alcune zone anche peggiori, viene da chiedersi davvero se ci sarà un futuro per la socialdemocrazia in Europa.

Gli interrogativi sono tanti. L’unico partito che per ora regge molto bene a questa ondata di sfiducia e di crollo di consenso è il Partito Democratico che, come noto, è entrato a far parte della famiglia socialista solo nel 2014. E sappiamo anche bene che il PD ha una storia certamente più recente dell’SPD, del PS e del PSOE, ma anche molto diversa, articolata, multicolore. Le elezioni amministrative, checché se ne dica, saranno anche per il PD un banco di prova importante. Per ora i sondaggi sembrano confermare un ruolo di forza del Partito Democratico rispetto alle altre forze socialdemocratiche europee, ma sarà comunque una sfida da affrontare con grande serietà per evitare brutte sorprese.

L’Europa, lo hanno scritto e detto in molti, sta attraversando uno dei momenti più difficili, sia dal punto di vista economico sia da quello socio-politico. Tensioni, incertezza, scelte spesso poco trasparenti e incomprensibili agli occhi di molti, specie di coloro che si riconoscono in un orizzonte di valori “di sinistra”. Sembra che i partiti socialdemocratici non siano più in grado di rappresentare fasce sempre più ampie della popolazione né di cogliere la disaffezione crescente e il malcontento. Questi partiti sono in una fase di miopia politica seria e se non prendono atto della grave situazione in cui si trovano, sarà davvero difficile riprendersi.

Viviamo a pieno quella postdemocrazia descritta da Colin Crouch, anzi, siamo ben oltre. L’astensione cresce e con essa un desiderio da un lato antipolitico, che si esprime sia come disinteresse appunto sia come disgusto verso i sistemi partitici tradizionali, dall’altro antisistemico, caratterizzato da voglia di stravolgimento completo dello status quo e di affermazione di un paradigma nuovo. A fronte di questo i partiti nazionalisti e xenofobi sembrano invece aver riacquistato vigore, come ha dimostrato la tornata elettorale francese, con il Front National in vantaggio in sei regioni al primo turno, uscito comunque perdente ai ballottaggi. Non va sottovalutato, però, che ha consolidato la sua posizione con oltre sei milioni di voti. Che dire poi dell’est europeo, dove forze di questo tipo sono arrivate al governo e hanno già iniziato operazioni di smantellamento delle conquiste di libertà degli ultimi decenni, si pensi all’Ungheria e alla Polonia. E che dire della Slovacchia, dove un Premier appartenente al PSE ha posizioni sempre più conservatrici.

Perché siamo arrivati a questo punto? Non è semplice trovare una risposta, anzi forse non ce ne è una sola. Possiamo prendere atto che la socialdemocrazia, in Europa, soffre molto e che rischia di diventare marginale un po’ ovunque. Eternamente condannata ad essere una partner di minoranza per i partiti popolari o cristiano democratici, come in Germania per esempio.

Credo che tra le tante cause ci sia l’assenza di coraggio e la mancanza di una chiara identità politica. C’è paura di dirsi di sinistra di questi tempi. C’è paura a connotarsi come socialdemocratici e portatori di valori quali la solidarietà, l’equità, la giustizia sociale e via dicendo. Eppure siamo in questo partito perché ci diciamo socialisti e democratici. Poiché condividiamo determinati valori: e se così non è, allora c’è da chiedersi, cosa siamo diventati.I partiti socialdemocratici sembrano, agli occhi di molti, ed è l’accusa più forte che ci viene da sinistra, non essere più chiaramente distinti dai partiti popolari e cristiano-democratici. Le scelte di politica economica compiute a livello europeo, per esempio, e nei vari Paesi nel corso degli anni, ne sono una dimostrazione. E gli effetti sono stati politicamente devastanti.

È ora di fermarsi e di chiedersi: chi siamo? Cosa vogliamo fare? Dove vogliamo andare? Il tempo è di quelli in cui o si cambia o si è condannati alla marginalità. Dobbiamo tornare ad essere interlocutori per milioni di cittadine e cittadini. Le sfide che la globalizzazione ha portato sono, paradossalmente, il terreno su cui la socialdemocrazia ha molto da dire eppure è emersa tutta l’inadeguatezza di tante classi dirigenti. Con la nostra storia, le nostre battaglie e i nostri valori siamo quelli giusti per dare voce a quelle fasce di popolazione che vivono il disagio dell’iper-flessibilità del lavoro e della crescente perdita di sicurezza, ai giovani che vivono un presente di precarietà e un futuro di angoscia, a quei milioni di persone che vivono con sempre meno, mentre una parte minuscola continua ad arricchirsi sulle spalle di molti. Chi, se non un partito socialista e democratico può comprendere queste sofferenze sociali e proporre soluzioni che mirino al superamento delle disuguaglianze e delle ingiustizie? Chi se non un partito con l’ambizione di essere ampiamente rappresentativo?

Dobbiamo tornare a una politica fatta per le persone. Che parta da loro e dalle loro richieste, dai loro problemi. Torniamo a parlare con chi saremmo tenuti a rappresentare. Torniamo a lottare con forza e convinzione per quei valori che ci appartengono e per la loro ri-affermazione. Tante conquiste del passato sono state possibili solo perché milioni di persone hanno creduto a un progetto e a una possibilità di emancipazione e di progresso positivo, oggi come allora serve questa fiducia e questa capacità di mobilitazione. Per un’Europa più solidale, inclusiva, giusta e progressista. Che guardi al futuro con coraggio.

La sfida che abbiamo difronte, oggi, è ricostruire un centro sinistra europeo capace di rappresentare, di proporre soluzioni in linea con i valori che ci rappresentano e che torni ad essere motore di cambiamento per un mondo diverso, migliore.

Quote europee per rilanciare economia e cultura italiana – Leonardo Scimmi

Da anni oramai si parla di declino, dell’Italia in difficoltà cosi’ come si parla del declino dell’Europa. Come negarlo, nonostante l’ottimismo di Renzi, giustificato per il tentativo di ringiovanire il Governo, ma visibilmente smentito dall’atteggiamento  della società, la società italiana non sembra cambiata negli ultimi decenni e se cambiamento c’è stato non è certo in meglio.

In breve, l’Italia non sembra produrre nuove idee, sembra affetta da provincialismo, raramente le opere e le idee italiane superano il confine nazionale, la crisi economica diventa crisi culturale e viceversa.

L’Italia si presenta come una continua guerra civile fra corporazioni, un continuo gridare contro gli altri, contro i politici, contro i magistrati, contro tutti e tutto.

La spirale della protesta viena alimentata dalla crisi economica, dai migranti, dalla guerra.

I partiti politici non godono la stima dei cittadini ed oggi fare politica è persino mal visto, al contrario di quanto avveniva negli anni passati, in cui l’impegno politico era sintomo di intelligenza e di buon cuore, committment, engagé.

Il declino culturale italiano deriva in larga parte da due fattori, il provincialismo e l’antipolitica.

Paradossale essere antipolitici. La politica non è una parolaccia, è il mestiere di tenere tutto insieme, di far funzionare tramite le regole l’insieme, le strade, i ponti, l’economia, gli stati, insomma, il tutto dipende dagli uomini e dalle donne, i quali si danno regole per convivere senza farsi la guerra possibilmente. Non riusciremeo a fare a meno della politica, che infatti esiste dai tempi dei tempi e, in forma democratica, dai tempi della Grecia antica.

Il provincialismo, che spesso va di paripasso con il nazionalismo, è un fenomeno tipico delle società chiuse, diffidenti, poco evolute che stentano ad aprirsi a conoscere a mettersi in gioco a crescere e si riparano, di conseguenza, rispettando riti ben conosciuti e ripetuti che confortano e danno sicurezza, spesso ritenendo di essere il centro del mondo. Come ogni paesino d’Italia fa, attribuendo alle sue tradizioni l’aura del valore mondiale.

Ovviamente una riforma culturale non puo’ che derivare dalla riforma delle scuole, che includa lingue viaggi e scambi culturali per aprire l’Italia al mondo, per crescee, apprezzare il diverso, tutte quelle belle parole che spesso cadono nella definizione secca di « buonismo » ma che altro non sono che la pura verità.

Aprirsi al diverso, all’estero non significa sacrificare la sicurezza, tutt’altro. Significa sapere chi siamo noi e chi sono gli altri, significa conoscere, analizzare, valutare e decidere; operazioni che aiutano a crescere come popolo.

Viaggiando come « expat » o come Erasmus o come Ph.D ci si rende conto di quanto altri popoli abbiano iniziato a viaggiare studiare e lavorare all’estero prima di noi, contando su organizzazioni funzionanti e su maggiori risorse finanziarie e si constata quanto queste esperienze abbiano inciso sulla capacità personale e professionale delle persone.

Perchè l’Italia non dovrebbe essere un luogo dove i giovani imparano a capire viaggiare e conoscere cosi’ come in altri paesi evoluti ? come in Inghilterra USA o Germania ?

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Poi ci sono gli Expat ed i ricercatori ed i professionisti che lavorano all’estero e c’è quella sorta di emigrato senza averne coscienza che si rifugia in città capitali d’Europa e vive in un limbo, tra estero ed Italia, parla inglese francese tedesco ma adora leggere la stampa italiana, per sapere, per commentare, per essere pronto a rispondere alle domande dei francesi inglesi tedeschi curiosi. Berlusconi che fa ? Ma Renzi, è bravo ? Adesso va meglio l’Italia ? Si pero’ il sud… e via dicendo la solita filastrocca.

Ebbene questo mondo impalbabile di italiani all’estero – sono milioni – rappresentano una risorsa incredibile in termini di cultura lingue capacità analitiche manageriali e sono una risorsa che il Bel Paese ha gettato via senza possibilità di recuperare.

Nessun Governo ha veramente preso in carico il problema degli italiani all’estero che altro non è se non la questione del loro rientro in Italia, del loro reinserimento in Italia.

Si parla sovente degli sconti fiscali, ma dubitiamo che siano sufficienti ed efficienti.

Il problema non è solo economico, bensi’ culturale e professionale e, soprattutto, di organizzare il rientro e non lasciarlo al « mercato », di cui in Italia raramente vediamo il funzionamento.

Un italiano che si è inserito all’estero si è promosso ed è riuscito a sconfiggere la diffidenza consueta che accompagna qualsiasi inserimento in un mondo nuovo.

E’ cresciuto, è piu’ forte. L’Italia dovrebbe sfruttare queste capacità e metterle a servizio di un progetto piu’ ampio e di lungo periodo. Un progetto Paese.

L’Italia dovrebbe riservargli posti di lavoro, nella PA per esempio, per reimmettere energie europee ed internazionali nella società italiana. Ed invece l’Italia considera l’italiano all’estero come un problema risolto, un disoccupato in meno ; senza calcolare che questo italiano è anche una risorsa economica in meno, tasse in meno, spese educative non rientrate.

Il pericolo inoltre è che l’ »alieno » ritornando in Italia si senta estraniato, tanto piu’ che la sua patria è diventata oramai la vera terra straniera, dove il suo linguaggio è mal interpretato e la sua forza dubitata.

Paradossalmente l’Italia perde l’occasione di dare spazio alla futura classe dirigente, la piu’ internazionale, la piu’ atta a gestire la transizione globale e trattiene chi ha mostrato meno attitudine alla gestione dei fenomeni complessi della globalizzazione e della internazionalizzazione.

Sono verità intuitive, ma resiste nella società un pericoloso atteggiamento autodistruttivo alimentato dal sano egoismo particulare, per cui – senza intervento della legge dello stato – difficilmente la rotta sarà invertita.

Ecco perchè chiediamo che il Parlamento emani una legge che tenda a tracciare i professionisti italiani all’estero, a creare un data base per categorie ed a reinserire nel mondo del lavoro italiano e nelle Pubblica Amministrazioni le categorie professionali formatesi all’estero e che vogliano rientrare in Italia.

Un progetto di legge in tal senso, vero e finanziato non abbiamo ancora avuto modo di vederlo.