Evento – Quale Erasmus dopo la Brexit?

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Sabato 27 Maggio ore 9

Centro ternano di cultura “Il Punto”

A Terni – Sala Rossa Palazzo Gazzoli

Convegno: Quale Erasmus dopo la Brexit?

Durante il convegno sarà presentato il libro di Leonardo Scimmi

Erasmus Politik

Moderatore Dott. Gregorio Iannone

Partecipano:

Prof. Giocondo Talamonti

Dott. Leonardo Scimmi

Rappresentante del Comune di Terni

Studenti e docenti delle scuole ternane

 

Socialismo riformista Leonardo Scimmi

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Oggi assistiamo alla frantumazione dello scenario politico e partitico italiano in modo definitivo. Complice la fine del berlusconismo, il cambio di legge elettorale e la sconfitta al Referendum del 4 dicembre.

L’era post – ideologica ha mostrato tutti i suoi effetti, che non sono il meglio che ci potessimo augurare, ma che sono oramai conclamati.

Assenza di formazione della classe dirigente, pressapochismo, dominanza dei leaders e dei media, crescita della democrazia diretta ed uso tecnologie sono anche una realtà.

Tutti i partiti si aggregano in cerca di efficienza, pochi in base all’appartenenza ideologica, sembrano fusioni societarie piu’ che partitiche. Il mercato domina tutto, dalle società ai partiti e, a volte, alle persone.

In ogni modo ora in Italia abbiamo un grande partito strutturato – il PD – che non ha un’anima politica ben chiara, composto da ex PCI ed ex DC ed alle prese con vari problemi identitari e di integrazione interna.

D’altro lato abbiamo un grande – per ora – partito di opinione – i 5 Stelle – che raccoglie consensi bipartisan ed esprime perlopiu’ rabbia frustrazione e pressapochismo.

A latere formazioni medio piccole che vanno dalla Lega – in crescita – a Forza Italia – in declino – a Fratelli d’Italia ed alle formazioni di sinistra radicale o cattolica o socialista o verde di cui ancora non si capisce la presa elettorale ma che in ogni caso non possono ambire ad essere partiti di maggioranza.

Manca, come sempre da diversi decenni, una forza socialista riformista che si ponga sulla scia del gradualismo e del riformismo di Turati di Matteotti di Rosselli di Saragat di Nenni di Craxi e di Martelli come del Presidente Sandro Pertini.

Una formazione che viva criticamente il capitalismo e che cerchi di porre rimedio agli squilibri ed alla divaricazione fra i piu’ ricchi ed i tanti bisognosi, un socialismo che spezzi il nesso sociale tra nascita e possibilità, che punti sul merito e sull’educazione, che tenga conto dei Meriti e dei Bisogni, e che si ponga non a destra né a sinistra di nulla, ma si profili come il nuovo partito dei giovani europeisti, moderni razionali liberali preparati che credono nelle capacità nella meritocrazia e nella solidarietà.

Un partito riformista ed europeo.

ll partito che crede al futuro degli Stati Uniti d’Europa.

Il partito dove si ritrovino tutti coloro che hanno a cuore le sorti del nostro Paese, che credono nel garantismo, nella solidarietà e nella meritocrazia.

Un partito che anche nel nome si richiami al socialismo riformista ed al suo pensiero.

L’Euro conviene a tutti Fabrizio Macri

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Nel dibattito politico italiano, francese ed europeo di questi mesi si sente forte la voce delle fazioni antieuropeiste che attribuiscono all’Europa le colpe del declino economico e sociale del continente, mettono in un unico calderone, l’establishment, l’America, gli Illuminati, la BCE, i petrolieri, l’imperialismo delle multinazionali e delle banche d’affari, la disciplina economica di Bruxelles e la Germania e li contrappongono al diritto dei popoli privati della sovranità dei loro Stati che invece di difenderli cedono ai poteri forti del capitalismo internazionale. Gli estremi populisti parlano alla pancia delle persone facendo appello alle paure più profonde soprattutto collegate a due fenomeni :

– un oggettivo peggioramento delle condizioni economiche che si traduce in ridotto potere d’acquisto dei salari e sempre più difficile accesso al mercato del lavoro;

– cambiamento del contesto sociale generato dal rapido e massiccio aumento dei flussi migratori dai paesi di religione musulmana.

A fronte di questa narrazione populista che però poggia su un disagio sociale effettivo delle classi meno abbienti in Occidente, le forze europeiste di ispirazione socialdemocratica e liberale combattono l’avversario con ragionamenti timidi ed astratti, facendo appello alla storia, alla solidarietà tra i popoli, allo « spirito di Ventotene », citando Spinelli e sfoggiando anche una certa spocchia radical chic che aliena loro le simpatie del popolo, naturalmente più vicino agli argomenti semplicistici di chi urla più forte.

A nostro modo di vedere la risposta europeista deve essere capace di tradurre in concetti semplici e concreti quella che è invece una realtà complessa che se però analizzata bene dimostra che gli argomenti dei movimenti politici di destra e sinistra che annoverano l’Europa tra i nemici dei popoli sono, soprattutto sul fronte economico deboli e privi di fondamento.

Quali sono dunque le ragioni del nostro « essere europei »?

Quali argomenti comprensibili ai più parlano a favore della sopravvivenza dell’Unione economica e Monetaria Europea ?

Nessun paese oggi al di fuori forse della Germania, dell’Olanda e dei paesi scandinavi potrebbe permettersi un’uscita unilaterale dall’area Euro senza che la propria nuova moneta venga sottoposta ad attacchi speculativi che la svaluterebbero nel breve; le conseguenze su un Paese fortemente indebitato e non autonomo in termini di disponibilità di materie prime come l’Italia sarebbero le seguenti:

  • aumento del prezzo del petrolio quindi della benzina quindi della bolletta energetica delle famiglie
  • aumento dei prezzi di tutti i beni importati con conseguente aumento dell’inflazione interna ed un’ulteriore erosione dei salari
  • perdita di valore dei risparmi delle famiglie che si vedrebbero tramutare in una moneta nazionale debole e svalutata i risparmi una volta in Euro, moneta solida e stabile
  • aumento del valore della parte del debito pubblico italiano posseduto da stranieri quindi, un ulteriore aumento del valore del debito complessivo che porterebbe ad ulteriori attacchi specultativi sulla nostra moneta cui bisognerebbe far fronte con draconiani tagli della spesa pubblica, quindi delle pensioni, del sistema sanitario, della spesa sociale, per evitare il default e la deriva economica del Paese ;
  • il rischio di default probabilmente metterebbe a rischio anche l’unità politica del Paese con un Nord che in queste condizioni scalpiterebbe per liberarsi del peso insostenibile della spesa necessaria a mantenere un Sud fortemente improduttivo;
  • inoltre la svalutazione sulla moneta sarebbe anche del tutto inutile nel procurarci l’unico vero vantaggio di una svalutazione che è quella di un rilancio dell’economia e della domanda aggregata attraverso le aumentate esportazioni perchè le nostre esportazioni sono già in costante crescita da anni ed hanno beneficiato dei recuperi di competitività reale che le imprese hanno dovuto mettere in atto per stare su un mercato con una moneta forte come l’Euro. Sarebbe come dare un sussidio sociale ad uno che ha un salario in aumento da anni: inutile il provvedimento, scarsissimo l’impatto sull’economia.

Ecco 6 semplici ragioni per cui l’Euro lungi dall’essere un’imposizione neoliberista sull’economia è stato fino ad oggi uno scudo dagli attacchi speculativi dei mercati finanziari, uno scudo che ci sta dando tempo per fare delle riforme tese ad aumentare la nostra competitività di sistema. Tempo che non avremmo avuto se avessimo avuto ancora la nostra lira.

Certo nell’Euro si richiede ai paesi che ne fanno parte dei sacrifici per avvicinarsi, in termini di competitività ai membri più forti, come la Germania e i paesi nordici. Ci si richiede cioè di assomigliare sempre di più a loro, se si vuole usare una moneta forte che riflette la solidità della loro economia. Dire oggi che l’Italia deve assomigliare di più alla Germania sembra quasi una bestemmia, un insulto, in un contesto politico e sociale in cui la Sig.ra Merkel e la sua Germania figurano sulla black list di tutti i movimenti anti UE.

Se forse però le forze europeiste ci spiegassero che assomigliare di più alla Germania significherebbe avere un paese in cui il tasso di corruzione è tra i più bassi al Mondo, in cui le risorse della spesa, dato che non vengono rubate o sperperate, possono essere destinate al sostegno dei più deboli; significherebbe vivere in un paese in cui se perdi il lavoro, ti viene pagato un sussidio dignitoso che ti consente per anni di vivere a spese dello stato, di formarti e di tornare sul mercato del lavoro; un paese in cui i sindacati partecipano alla gestione delle imprese ed in cui nonostante così tante risorse vengano destinate ai cittadini, le imprese riescono ad essere competitive, a pagare stipendi più alti dei nostri e permettono alla Germania di figurare sempre nella top three dei maggiori esportatori al Mondo; se le forze europeiste fossero in grado di spiegare tutto questo, forse il vento dell’opinione pubblica cambierebbe.

Perchè infatti se l’Europa ci serve ad assomigliare di più a questo Paese, noi ne vogliamo uscire ? Per andare dove ? Per seguire quale modello sociale ed economico ? La disciplina sulla spesa imposta da Bruxelles non ci dice come spendere i soldi, ci dice solo che oltre un certo tetto non ne possiamo spendere, senza generare sui mercati timori sulla nostra capacità di produrre abbastanza reddito da restituire il debito. Timori che potrebbero portare ad attacchi speculativi a detrimento di tutta l’area anche dei paesi più virtuosi e dei loro lavoratori. Le scelte su come spendere quello che ci è consentito di spendere sono solo nostre e se fino ad oggi, siamo a fatica rimasti nei parametri europei prevalentemente operando tagli lineari e quindi togliendo soldi sia a funzioni utili che a funzioni inutili, mantenendo un tasso di evasione fiscale senza pari in occidente ed una pressione fiscale opprimente, ma non operando delle scelte come hanno fatto i tedeschi, la responsabilità di questo non è degli « Illuminati » e della spectre neoliberista ma della classe dirigente che va da Aosta a Palermo, da Trento a Reggio Calabria.

La stessa classe dirigente che, incapace di produrre i necessari cambiamenti per renderci più virtuosi, adesso vorrebbe convincerci che che il miglior modo per stare meglio è abbandonare la moneta unica, ci vorrebbe convincere che l’unico modo per non fare la fatica di imparare a nuotare è lasciarsi affogare, che l’unico modo per non fare la fatica di passare l’esame è rifiutarsi di darlo che l’unico modo per non fare la fatica di laurearsi è non discutere la tesi di laurea. Una fuga dalla realtà insomma, un’illusione di un ritorno ai redditi e tassi di crescita degli anni ’80 in cui i nostri più temibili competitor si chiamavano Francia e Germania e non Cina e India. L’Europa a guida tedesca non è la casa dell’establishment, degli Illuminati e del selvaggio neoliberismo di stampo anglosassone, la costruzione europea è basata su principi tanto liberali quanto sociali e solidali.

L’Europa va difesa perchè è la dimostrazione su questo pianeta che ci può essere sviluppo e crescita competitiva dell’economia senza sacrificare l’ambiente, senza rinunciare allo stato sociale, senza lascare indietro gli ultimi ed allo stesso tempo senza mortificare le forze più dinamiche della società, a partire dagli imprenditori, dagli start-upper e dagli innovatori.

Le forze timidamente europeiste che adesso perdono voti ogni volta che si appellano a principi astratti e impopolari come gli « Stati Uniti d’Europa » e lo « spirito di Ventotene », dovrebbero parlare alle tasche dei cittadini, dovrebbero dimostrare che la complessità delle dinamiche di mercato possono essere spiegate e rese commestibili ai più, che mettere nello stesso calderone l’imperialismo delle multinazionali con la costruzione europea è un artificio retorico privo di fondamento nella realtà. Se il liberalsocialismo perde l’Europa, perde l’unica vera costruzione umana che ne abbia realizzato i principi facendo del nostro Continente la meta di tutti i disperati del Mondo che sfuggono da società tribali e disumane per vivere il loro sogno europeo.

Fabrizio Macri’

Generazione Erasmus, Brexit e Stati Uniti d’Europa Leonardo Scimmi

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Generazione Erasmus, Brexit e Stati Uniti d’Europa

Presentazione del libro Erasmus Politik – prefazione del Viceministro Sen. Riccardo Nencini.

Il libro Erasmus Politik é una raccolta di scritti ed articoli comparsi nel corso degli ultimi sei anni nel quotidiano Avanti !on line e nella rivista Mondoperaio, giornali di estrazione socialista riformista.

Nel corso delle varie esperienze all’estero che ho avuto la fortuna di vivere, ho sempre confrontato analizzato elaborato le differenze le somiglianze le affinità tra i sistemi socio economici e politici dei vari paesi e dell’Italia, e per questo mi sono ritrovato a scrivere articoli che fotografavano perlopiu gli aspetti sociali politici delle mie esperienze.

Esperienze che sono cominciate con il progetto erasmus in Germania e sono proseguite con un master ancora in Germania e poi un lavoro in Lussemburgo e poi in Svizzera.

A questa attività professionale ho accompagnato un’attività associativa legata al PSI all’estero, esperienza che mi ha posto in contatto con il mondo degli italiani all’estero, la vecchia emigrazione e la nuova, gli erasmus si ma anche i ricercatori i lavoratori gli expat i Ph.D i lavoratori nella ristorazione, nelle fabbriche, nei patronati, un mondo – l’altra Italia  come spesso viene definita – che non conoscevo e che mi ha mostrato un insieme di umanità ricordi nostalgia ambizione motivazione voglia di farcela e di essere rispettati all’estero, in paesi difficili con lingue difficili e società non sempre accoglienti.

Attraverso queste esperienze ho scritto articoli regolarmente ed il direttore dell’Avanti ! ha avuto la bontà di pubblicarli.

In fine ho voluto metterli insieme e sistematizzare questo diario ed il titolo é in realtà un progetto oltre ad una speranza.

Il progetto é l’Erasmus della politica di cui parlero’ in seguito, e la speranza é invece quella di fronteggiare oggi con le idee e la comunicazione quelli che sono oggi i problemi piu’ gravi della società, e cioé il nazionalismo e l’antipolitica.

E pertanto l’Erasmus é visto come lo strumento migliore per combattere i nazionalismi rinati oggi in Italia e Francia e Germania ed ovunque in Europa e la politica é un messaggio rivolto alla società che ha perso fiducia e volontà nella politica nella speranza di far comprendere che soluzioni ai problemi di oggi possono derivare solo dalla politica, e che senza politica non possiamo avere una società funzionante.

Da questa riflessione nasce il libro Erasmus Politik.

COSA E’ l’ERASMUS IL MIO ERASMUS E PERCHE’ FARE l’ERASMUS

Come sapete oramai tutti l’Erasmus é un progetto creato dalla Commissione Europea anel 1987 per facilitare la mobilità di studenti ricercatori professori, oramai abbiamo l’Erasmus plus che allarga di molto la possibilità e la platea di chi ha diritto di fare il famoso progetto di scambio culturale e studi all’estero. Si calcola che dall’inizio sono circa 3.5 milioni gli studenti che hanno usufruito del progetto di scambio, su quasi 500 milioni di abitanti in Europa. Molti, ma in rapporto alla popolazione complessiva europea non cosi’ tanti.

Il progetto é organizzato in parte dalle universita’ di partenza e di arrivo e finanziato solo in parte dalla Commissione Europea tramite un suo badget sempre crescente ma non sufficiente a mandare tutti in Erasmus. Inoltre occorre avere una media universitaria medio alta, almeno per poter andare nelle mete piu’ ambite, come era a suo tempo Londra e Barcellona e Parigi.

Occorre dire che l’Erasmus non é affatto un progetto elitario, si occorrono mezzi finanziari per poter vivere all’estero un 6 o 12 mesi, ma l’obiettivo é avere piu’ Erasmus possibile. Si tratta della democratizzazione di un fenomeno – lo studio all’estero – una volta riservato solo alle classi piu’ abbienti.

Il mio Erasmus l’ho svolto in Germania, nella bella cittadina di Regensburg sulle rive del Danubio, a 150 km a nord di Monaco di Baviera.

Ricordo ancora che la mia domanda per andare a Regensburg spiccava in capo alla lista degli ammessi, per il semplice motivo che nessuno voleva andarci, tranne me J

La Germania nel 2001 non era cosi’ in voga come oggi, oggi tutti vogliono andare in Germania, chissà perché, per trovare lavoro.., e nel caso a Berlino, ma allora la Germania non era cosi’ attraente. Io avevo iniziato a studiare il tedesco da poco, mi aveva attratto soprattutto la difficoltà di quella lingua incomprensibile, ma che celava qualcosa di interessante, di complesso, un mondo di filosofi giuristi musicisti che mi affascinava, e poi mi affascinavano le parole lunghissime che il professore di commerciale scriveva sulla lavagna in tedesco e pensai che la Germania sarebbe stata la mia meta.

La città era bellissima, piccola e curata, con ponti prati chiese gotiche e l’università iper organizzata ed immersa nel verde. Tutto era organizzato, previsto, rispettato, gli studenti avevano una vita ordinata fatta di lezioni esami feste all’aperto viaggi studio seminari il finesettimana, biblioteche silenziose e stile Bauhaus, professori super disponibili, aperti, pazienti, i professori li non possono fare il doppio lavoro, almeno per il diritto, stage e praktikum organizzati in germania ed all’estero, master all’estero e corsi di lignua all’estero.

Iniziai con un corso intensivo di 30 giorni 8 ore al giorno di tedesco, era marzo e nevicava tantissimo, poi iniziarono le lezioni, potei scegliere le materie che mi interessavano, poi partecipai ad un seminario a Varsavia sull’allargamento dell’Europa ai paesi dell’Est dove vennero elaborati gli aspetti costituzionali di questo allargamento (Osterweiterung).

Dovetti preparare un dossier e presentarlo in tedesco all’aula magna di Varsavia. Un’esperienza difficile J andammo in treno e viaggiammo tutta la notte, studenti tedeschi ciprioti inglesi ungheresi italiani, tutti insieme, fu molto divertente.

L’esperienza Erasmus termino’ a luglio e ripartii in ottobre per approfondire la mia tesi e restai ancora 2 mesi con una borsa di studio dell’università.

La città era splendida, c’erano iniziative internazionali tedesche italiane di teatro, tutti partecipavano in un microcosmo europeo, si comunicava in tedesco, a vari livelli, piu’ o meno, ma ci si capiva. Alla fine riuscii a passare 6 esami di cui 3 vennero riconosciurti in Italia e contribuirono al mio corso di studi a Roma.

Ho appreso una lingua una cultura uno stile di vita completamente diverso dal nostro. Ebbi l’oppurtintà di partecipare ad una gita di vari giorni a Berlino per visitare il Parlamento, la casa di Willy Brandt, ho incontrato persone con cui sono ancora oggi in contatto, un’esperienza ricca che cambia la percezione delle cose, ti mette a confronto con realtà diverse, un modello di società efficiente prgmatico etico magari un po’ freddo meno passionale meno evidente rispetto al nostro, ma non per questo meno attraente.

Tornato in Italia volli ripartire con una borsa dell’universita la Sapienza per un master, questa volta a Colonia, città ben piu’ grande, sulle rive del maestoso Reno e patria della democrazia industriale tedesca. Un Erasmus piu’ approfondito, con maggiori conoscenze della lingua oramai acquisite, e molte piu’ materie da studiare tra diritto ed economia, tutto in tedesco.

Di fatto oggi sono ancora ll’estero, il mio Erasmus in vero non é mai finito.

Perché fare l’Erasmus :

Ci sono varie ragioni per cui fare l’Erasmus. Il periodo Erasmus non é infatti solo un’esperienza meravigliosa dal punto di vista umano  e di vita, ma anche e soprattutto una grande opportunità per porre le basi di una carriera e del futuro professionale. Per varie ragioni :

  • Principi del project management l’Erasmus metterà alla prova la vostra capacità di organizzare e gestire un progetto. Non si tratta solo di partire per un’altra nazione, si tratta di partecipare ad un bando di concorso, raccogliere materiale e rispettare scadenze, stilare un piano formativo, valutare pianificare eseguire un progetto in totale autonomia, qualità molto richiesta nel mondo del lavoro.
  • Problem solving e gestione dello stress – nelle aziende queste sono qualità ricercate. In Erasmus queste qualità saranno sviluppate necessariamente. Ci si trova in un posto completamente nuovo, senza conoscerne la lingua, si dovrà cercare casa, fare le cose amministrative, convivere con estranei, seguire corsi di lingua e fare esami in lingua straniera. Si sviluppa un senso critico e pratico molto utile per il mondo lavorativo.
  • Imparare a lavorare in un ambiente multiculturale – per dare un respiro internazionale alla propria carriera, per essere appetibili come curriculum per una multinazionale, l’esperienza Erasmus dona subito la chiave al datore di lavoro che si possiede quelle qualità necessarie a stare in un’impresa
  • Imparare ad esprimersi in una nuova lingua – questo é forse il piu’ evidente vantaggio, apprendere veramente una nuova lingua, comunicare nel quotidiano e nel mondo accademico e poi del lavoro é un cambiamento radicale ed apre prospettive e mercati completamente nuovi.
  • Creare network e contatti – l’Erasmus é una opportunità per farsi nuovi amici ma anche per allargare la cerchia dei contatti ed avere maggiori contaminazioni culturali e professionali. Molte persone hanno poi trovato lavoro tramite i contatti fatti durante l’Erasmus, oppure una stage all’estero e poi un primo contratto di lavoro.
  • L’Erasmus rafforza la fiducia in se stessi – si aumenta la adattabilità nei confronti di altre culture, apertura verso nuove esperienze, sicurezza in se stessi, capacità di decisione e abilità nel risolvere problemi.
  • L’Erasmus fa apprezzare piu’ l’Europa. Alcuni vedono nella Generazione Erasmus il futuro dell’Europa. Torneremo su questo tema.
  • L’Erasmus fa Un dato numerico, dalle coppie Erasmus sono nati già circa 1 un milione di bambini misti, vale a dire europei. Il vero futuro dell’Europa.
  • L’Erasmus aiuta a sviluppare una sensibilità al dialogo interculturale che oggi é essenziale perché in epoca di migrazioni si deve essere in grado di spaere gestire – tutti – le culture differenti che arrivano o che si trovano, e vi posso garantire che queste barriere mentali culturali religiose sociali tradizionali e storiche e linguistiche rappresentano la chiave ed i problemi maggiori in relazione agli spostamenti alle integrazioni ai rapporti sociali e professionali. Ci sono ostilità barriere difficoltà e frustrazioni invisibili che rendono una società complessa ed a volte ingestibile, come vediamo oggi in molte realtà europee. L’Erasmus dona alcuni strumenti per meglio affrontare queste difficoltà.

L’Erasmus é il progetto che ha funzionato meglio in Europa. Ha lo scopo di accrescere la mobilità, facilitare l’integrazione europea e favorire le prospettive occupazionali dei giovani.

Lo scopo principale é non solo quello ora ricordato, occupazionale formativo, ma anche e soprattutto quello di creare un’identità europea, una cittadinanza europea, tema su cui torneremo piu’ avanti.

Ci sono studi che evidenziano come la mobilità degli studenti rappresenta una ottima strategia per accrecere l’occupabilità dei laureati, rimettere in moto l’ascensore sociale con la meritocrazia, e rafforzare il senso della cittadinanza europea.

Nel mio lungo erasmus ho conosciuto anche l’emigrazione italiana che non posso non menzionare.

Migliaia di italiani dai 25 ai 90 anni che vivono su territorio straniero. Mille difficoltà, le tragedie di Marcinelle in Belgio e di Matmark in Svizzera, le politiche italiane che incentivavano l’emigrazione per abbassare il tasso di disoccupazione nazionale, la ripresa negli utlimi anni di un’emigrazione qualificata e non, dai lavoratori nella ristorazione agli impiegati quadri dirigenti ai ricercatori.

Circa 100.000 ogni anno.  Fiumi di capacità di persone formate che lasciano il paese per lavorare e pagare tasse e contribuire alla produzione di altri paesi al prezzo di distacchi famigliari emotivi sociali. Un dato da considerare soprattutto se l’Europa non diventa una realtà effettiva e soprattutto sociale. Un tema questo che si allaccia a quello delle Quote Erasmus che affrontero’ a breve. In Italia manca l’osmosi delle capacità. L’Erasmus non deve semplicemente diventare il primo passo verso l’emigrazione ma deve essere un processo anche formativo che consente il rientro – se voluto – delle capacità e professionalità italiane.

BREXIT – COSA E’ MANCATO ALL’EUROPA

Occorre immediatamente dire che l’Europa oggi é una costruzione fantastica,     un ‘opera enorme, in termini storici pensiamo che l’Unione Europea nasce 60 anni fa, un’inezia della storia, e che fino al 1945 Francia Inghilterra e Germania ed Italia erano in guerra. Che nel 1989 é crollato il Muro di Berlino ed é finita la guerra fredda tra USA e URSS. Quindi l’Europa é passata da una guerra con bombardamenti a Dresda nel 1945 ed alle divisioni fisiche del Muro el 89 ad una zona di libertà di pace di protezione sociale e di diritti e doveri con 27 Paesi e con 500 milioni di abitanti.

Una moneta unica, una Corte di Giustizia, delle leggi, una Governance  vari trattati, regole anti crisi economica, una Banca centrale, una percezione all’estero quale porto sicuro.

Un ‘opera entusiasmante che ha preso il via dal manifesto di Rossi e Spinelli dalla prigione di Ventotene e poi via tramite i Trattati di Lussemburgo poi Roma poi Atto Unico di Milano poi Maastricht Nizza Lisbona.

Una architettura complessa ed incomprensibile a volte, ma sicuramente un’opera storica sociale mastodontica, non lo dimentichiamo, in 60 anni.

Oggi l’Europa pero’ é in crisi – abbiamo l’uscita della Gran Bretagna – Brexit dopo il referendum – ed abbiamo il rischio di forze anti Europee ed anti Euro in molti paesi d’Europa.

In Italia Grillo e Salvini in Germania AfD in Francia Le Pen ed altri in Olanda e nei Paesi dell’Est.

Un flusso anti-Europeo che si fonda sulla rinascita dei nazionalismi, dei sovranismi, di un desiderio anti-casta e anti-politico che tende a distruggere tutto per due motivi : una crisi economica devastante dal 2008 e la paura della globalizzazione, dell’apertura, del nuovo, del cambiamento, del diverso, delle immigrazioni, delle insicurezze, ci si rifugia nel cio’ che conosciamo, cio’ che é sicuro, nel giardino di casa, un po’ come restare a casa invece di andare in Erasmus.

Ecco qui a scanso di equivoci non si emettono giudizi di valore, o di morale.

Io sono contro il nazionalismo e l’antipolitica non perché lo ritengo sbagliato o ingiusto, ma perché penso che non funzionerà, non ci salverà dai problemi, anzi ne porterà altri.

Il nazionalismo aveva la sua ragione di essere quando in Italia come in Germania si volle unificare il paese. Oggi la nazione é piccola rispetto al mondo, ed un modello organizzativo piu’ grande si impone.

La Brexit ha sugellato la fine di una relazione ambigua tra Gran Bretagna e Unione Europea. Anomala, parziale, l’isolamento, la paura dell’immigrazione, di perdere privilegi, il mondo anglosassone quale sfera a sè, le ex colonie, la paura dell’invasione incontrollata, molti gli aspetti che hanno determinato la vittoria del referendum contro l’Europa, e gli analisti e giornalisti le hanno già evidenziate con dovizia di particolari. Tuttavia quello che preme qui evidenziare sono i punti chiave di questa onda anti-europea e anti-politica che monta in Europa.

Quello che é mancato é in primis una seria ed efficace comunicazione da parte della Unione Europea.

Non si vive di sola economia e tassi di interesse.

E’ mancata la cultura e l’identità spiegata agli europei.

L’Unione Europea va innanzitutto spiegata, comunicata, propagandata e veicolata a tutti i livelli europei. Non si tratta di costruire semplicemente una casa astratta fatta di burocrati dalle facce poco simpatiche.

Occore in primis creare il popolo europeo e poi far si che sia in grado di eleggere democraticamente il proprio governo.

Ora creare un popolo non é cosa semplice, e non si vuole scendere in meandri totalitaristici, ma per citare D’Azelio fatta l’Europa  si debbono fare gli europei.

L’Europa é un continente enorme composto di una cultura che nessun paese al mondo ha, con siti Unesco in ogni angolo, fatto di arte, pittura, musica, teatro, opera, sport, tradizioni, cibo di estrazioni territoriali ma in fondo europee.

Quello che occorre é trasmettere un senso di appartenenza all’Europa a tutti i suoi cittadini, farli sentire uniti anziché gli uni contro gli altri, evitare i nazionalismi e le competizioni, come diceva Mitterrand il nazionalismo é la guerra e l’Euro é – in vero – un progetto politico, di unificazione  politica come ricordava Joschka Fischer.

Per questo ho evidenziato quelli che sono alcuni punti chiave per creare un senso di appartenenza all’europa, una identità europea che consenta e sia propedeutica alla costruzione dell’Europa che volgliamo.

  • Innazittutto un progetto Erasmus della Politica – vale a dire un progetto erasmus, come quello descritto prima, che si rivolga ai giovani e li sproni a partecipare alla vita politica di un paese dell’europa a scelta, uno stage in parlamento al governo alla corte costituzionale o in un partito. Lo scopo é duplice, da una parte aumentare le competenze linguistiche formative e la conoscenza del paese estero, dall’altro sollecitare l’interesse politico, combattere l’antipolitica e creare cosi’ la classe dirigente politica del futuro europeo, una classe dirigente europea, che parla diverse lingue conosce diverse culture europee e sarà capace di perseguire l’interesse europeo anzichè quello nazionale.
  • Quote Erasmus – come già detto, quello che manca all’Italia é l’osmosi tra chi entra e chi esce. In vero in altri paesi ho notato che chi studia all’estero poi rientra in patria per lavorare e sfruttare le conoscenze acquisite. In Italia no, chi va all’estero diventa un emigrato. Chi se ne va é per sempre, impara e sfrutta le sue competenze all’estero, senza beneficiare l’Italia, che in vero ha pagato parte della formazione e soprattutto avrebbe interesse a ricevere vantaggi in termini di risorse umane. Occorre quindi creare istituire dei sistemi di rientro dei lavoratori che stanno all’estero, attraverso un data base che monitorizzi in primis queste professionalità e poi le immetta nel mercato riservandogli delle quote, altrimenti causa la distanza la opacità ed il familismo amorale dell’Italia queste risorse sono perse per sempre. Si potrebbe iniziare dalla PA e poi estendere ai privati, per legge.
  • Lingua comune – uno degli aspetti che mi sta piu’ a cuore é quello linguistico. L’Europa non si puo’ e potrà fare finché non ci sarà una lingua comune. Inutile girarci intorno, gli USA parlano tutti inglese, in Europa é una babele di lingue. Lo diceva perfino Tullio de Mauro. Ed aveva ragione. Ora cancellare le lingue nazionali é un oltraggio inammissibile –per carità – affiancare una lingua unica ad esse credo sia auspicabile. La riforma Buona Scuola mi pare vada in questa direzione, occore pero’ una uniformità europea. Una lingua per tutti, magari l’inglese che oramai é neutra visto che fuori dall’UE. Significa insegnare materie in inglese, magari piu’ Shakespeare che altro, magari insegnare matematica in inglese, reperire professori madrelingua, non é facile, ma se tutti i paesi facessero cosi, tutti in Europa saprebbero comunicare scrivere in una lingua madre e potrebbero dibattere capirsi creare un popolo europeo ed una opinione pubblica europea. Le lingue nazionali resteranno, come restarono i dialetti accanto all’italiano ufficiale dopo l’unificazione d’Italia.
  • Unificare i sistemi educativi – altro tema legato all’educazione e scuola é quello dei sistemi educativi. Se in Francia si insegna solo Voltaire in Italia solo Leopardi non ci sarà una cultura condivisa. Occorre unificare i sistemi e programmi educativi. Occorre insegnare l’Europa, i Trattati, la cultura tradizionale di altri paesi. Occorre insegnare gli umanisti, che furono europei ante litteram come Petrarca, Montaigne, Erasmus da Rotterdam Goethe. L’Educazione é una delle materie che i trattati lasciano quale competenza esclusiva della nazione. Non puo’ andare, occorre avere programmi di letteratura arte pittura muscia europei, che trasmettano un senso di appartenenza alla musica tedesca come alla letteratura francese, un patrimonio comune.
  • Un servizio civile e militare obbligatorio in Europa – il badget della Commissione europea é o potrebbe essere enorme. Considerate che il PIL complessivo dell’UE é il piu’ grande al mondo. Ebbene finanziare degli scambi ancorché brevi per fare servizi civili e militari all’estero avrebbe il doppio beneficio di creare identità europea scambio culturale come detto e una difesa europea, unita, che potrà risolvere i ben noti problemi ai nostri confini.
  • Abbassare l’età dell’Erasmus a 16 anni
  • Introdurre il collegio unico europeo per le elezioni europee
  • Inserire nelle imprese medio grandi l’isituto della Mitbestimmung – la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese – di derivazione tedesca – per attenuare il conflitto tra classi armonizzando lo scontro sociale e creare un senso di coesione e meritocrazia nella realtà socio economica.
  • L’Europa ha bisogno di coesione fra nazioni e fra classi sociali per essere unita e diventare grande.

 L’EUROPA DEL FUTURO

L’Europa del futuro per me sono chiaramente gli Stati Uniti d’Europa.

Cioé una costruzione federale che sia in qualche maniera costruita a livello costituzionale come gli Stati Uniti d’America, nonostante le molte differenze. Si pensi che in America il budget a livello federale é il 20% del PIl. In Europa l’1%. Si capisce immediatamente la differenza di poteri della Federazione rispetto agli stati membri.

In un mondo largo globale multilaterale con paesi  forti e numerosi come la Cina l’India il Brasile la Russia non si puo’ pensare di proseguire e navigare con gli stati nazionali quali Italia Francia Spagna o Germania.

Occorre un ruolo da leader dell’Europa che parli con una voce sola, sia democratica, persegua il suo modello sociale che la caratterizza assieme alla crescita economica e tecnologica.

Un Europa che sia piu’ forte degli stati nazionali.

 

Un’Europa che sia coordinata ed unica nell’affrontare la sicurezza interna (attentati Belgio/Francia) e la sicurezza esterna (frontiere, guerre vicine). Un’Europa che possa risolvere le crisi finanziarie con strumenti finanziari, unendo i debiti, riallocando risorse, intervenendo nei bilanci statali nazionali ma anche decidendo politiche di salvataggio tempestive. Un’Europa che conti nel mondo a livello di difesa e politica estera, che sieda nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che intervenga su questioni delicate come Siria e Libia. Un’Europa che né Russia ne USA in vero vogliono, forte e decisiva nello scacchiere internazionale. L’Europa divisa é debole, unita é fortissima.

Il motivo non é piu’ evitare la guerra, come dopo la seconda guerra mondiale, ma essere competitivi a livello globale e geopolitico e far si che i cittadini europei tutti abbiano e mantengano lo stile di vita e professionale cui sono abituati e che vedono erodersi lentamente a causa delle competizioni globali delle crisi e dei rischi notevolmente aumentati alla frontiere d’Europa (guerre regionali, Libia, Siria, Iraq, Afganistan).

Questo lo sappiamo tutti. Come arrivare agli Stati Uniti d’Europa é la domanda che dobbiamo rispondere.

Partiamo dall’aspetto che oggi pone maggiori problemi nel dibattito europeo, quello economico, e vediamo che il Trattato di Lisbona nonostante abbia chiarito per la prima volta le competenze dell’Unione Europea, non ha attribuito a quast’ultima le competenze necessarie a combattere la crisi dell’eurozona.

L’Unione infatti mentre ha una competenza esclusiva in materia monetaria, nella politica sociale, dell’occupazione ed economica dispone solo di un debole potere di sostenere coordinare e completare le politiche degli stati membri.

Quindi in queste aree il potere dell’UE é inefficace.

Secondo, l’aspetto istituzionale non favorisce l’emergere di una leadership nell’UE, poiché la Commissione é stata indebolita a scapito del Consiglio Europeo, che rappresenta i governi nazionali dove spesso vige il principio della unanimità che blocca le decisioni.

Terzo, il Parlamento – unico organo democratico anche se ancora a collegio nazionale – non ha il ruolo di indirizzo politico e controllo cui siamo abituati, il che rappresenta un grosso deficit democratico e popolare.

Ora raggiungere la costruzione di una Federazione dove vige il principio della maggioranza non é semplice, con un Parlamento che elegge un Governo con poteri politici, non é facile, a causa di ostacoli politici ed anche giuridici.

Il tentativo di scrivere una Costituzione Europea falli nel 2005 a seguito del NO francese ed olandese al referendum.

L’obiettivo oggi pero’ resta fare gli Stati Uniti d’Europa. L’Unico progetto oggi in grado di interessare e far sentire il popolo europeo protagonista.

Quello di cui abbiamo bisogno sono delle soluzioni graduali ma determinate, per le quali tuttavia manca ancora la volontà politica, perché le classi dirigenti sono ancora troppo nazionaliste e nazionali, non sono figlie della GENERAZIONE ERASMUS ed il popolo non é informato e cosciente delle potenzialità dell’Europa. 

Se come dicevaq Brecht “non possiamo abolire il popolo” dobbiamo pero’ spiegare al popolo perché l’Europa é conveniente e necessaria.

 

Democrazia first, poi cambiamo i trattati. E’ finita l’epoca del funzionalismo di Jean Monnet, occorre oggi DEMOCRAZIA e per fare cio’ occorre convincere il popolo della bontà del progetto europeo. Il popolo capirà se avrà gli strumenti per capire, la lingua, l’education necessaria, le informazioni necessarie.

Trovata la volontà politica di fare l’Europa, nel popolo europeo,  si dovrebbe immaginare un trattato per l’Eurozona separato dai trattati esistenti per il resto dei paesi non aderenti all’EURO.

L’Europa a due velocità. Condividere molto per pochi piuttosto che poco per molti.

Il primo trattato dovrebbe comprendere un Tesoro europeo, la possibilità di emettere eurobonds, un Ministro del Tesoro europeo, una bilanciata formulazione dei principi di rigore e solidarietà.

Inoltre si devono rivedere le regole di Dublino sulla regolamentazione delle richieste di asilo e la protezione delle frontiere.

Si dovrebbe aggiungere il tema della difesa comune e della politica estera comune, uniche e ben rappresentate a livello europeo e fornite di budget e dei mezzi necessari.

I gradi di integrazione sono innumerevoli, si aspira alla massima integrazione, su base democratica e maggioritaria.

Cambiare i Trattai non é semplice, lo vediamo con Brexit adesso, ma quello che di piu’ é necessario oggi sono la legittimazione del popolo europeo, senza la quale non si possono cambiare i Trattati e non si puo’ fare politica. Per questo, occorre prima di tutto far conoscere l’Europa, i suoi vantaggi, le sue bellezze, la sua cultura ai cittadini europei, ed ognuno di noi puo’ contribuire attraverso  l’erasmus, attraverso i lavori all’estero, attraverso internet, le conferenze, le giornate di studio e tutti gli eventi in cui si possono comunicare e far comprendere i vantaggi dell’Europa, che sono innumerevoli. (mercato unico, cittadinanza, sanità, scambi formativi, fondi strutturali nuova politica migratoria, sicurezza interna ed esterna). Solo cosi’ vinceremo contro i riemersi nazionalismi, contro l’anti-politica e l’anti –europeismo che minacciano la costruzione europea.

Victor HUGO diceva nel 1849 Conferenza Pace di Parigi :

 Verrà un giorno in cui in Francia, in Russia, in Italia, in Inghilterra, in Germania, in tutte le nazioni del continente, senza perdere le nostre qualità distinte e le nostre gloriose individualità, vi unirete serenamente in una unità superiore e costruirete la fratellanza europea, così come la Normandia, la Bretagna, la Borgogna e tutte le nostre province si sono fuse nella Francia […].

Verrà un giorno in cui non esisteranno più altri campi di battaglia se non i mercati, che si apriranno al commercio, e gli spiriti, che sono aperti alle idee. Verrà un giorno in cui le pallottole e le granate saranno sostituite dal diritto di voto, dall’armonizzazione universale dei popoli, dal rispettabile tribunale arbitrale di un senato grande e sovrano […]. Verrà un giorno in cui si vedrà come i due grandi gruppi di paesi, gli stati Uniti d’America e gli stati Uniti d’Europa […], si guarderanno in faccia, si porgeranno la mano attraverso i mari, scambieranno i loro prodotti, il loro commercio, le loro industrie, le loro arti, i loro geni al fine di trarre dalla collaborazione fra le due forze infinite, fra la fraternità degli uomini e l’onnipotenza di Dio, il maggiore benessere possibile per tutti!

scimmileonardo@hotmail.com

 

 

C’eravamo tanto amati, l’Italia, l’Europa la sinistra ed un dibattito surreale – Leonardo Scimmi

 

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Il dibattito italiano spesse volte é deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discorsi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce piu’ di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.

Sognavamo, come in « C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideolgiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Hamon ? L’Europa federale o quella intergovernativa ? Concertazione o codeterminazione ? Kultur o Zivilisation ?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giu agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto cio’ la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici.

Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta : vedere un grillino a Palazzo Chigi !

Se al peggio non c’é mai fine, come insegna la tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded.

Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’é del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’« altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dell’aggettivo di « apoti », cioé coloro che « non la bevono », ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola ? O della televisione ? Regresso fisiologico ? Dieta mediterranea ? Provincialismo linguistico ? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione ? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo ? Se la disoccupazione giovanile é al 40% sarà colpa solo dei vitalizi ? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino ?

Il progresso é lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente puo’ far fronte.

Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita « populismo » ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli utlimi venticinque anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà é ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo é una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, é il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti.

Il cosiddetto populismo é una degenerazione della democrazia rappresentativa, che é stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogigo quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, é la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzone debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibatitto intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunqe sociali, perché questo é il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve é diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di sè e del suo modello politico-sociale.

Di nazionalismi, di populismi e di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la sfida é fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e Nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

L’Europa o il caos

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E’ nota la folgorante frase con cui Pietro Nenni invito’ gli italiani a votare per la Repubblica, oggi siamo di fronte alla stessa essenziale domanda e decisione, un’angoscia quasi esistenziale quella che dovrebbero provare i popoli europei di fronte a quanto sta accadendo al progetto europeo. O l’Europa si farà nella sua versione completa politica e federale o regnerà il caos nella regione geografica europea.
Oggi l’Europa vive una fase di crisi estrema, crisi di credibilità, di legittimazione democratica, economica e comunicativa. Soprattutto l’aspetto comunicativo e culturale della costruzione europea é venuto a mancare negli ultimi anni. Si sono create fratture sociali che minano la stessa permanenza del progetto europeo. Pensiamo alla linea orizzontale che divide i paesi del nord da quelli del sud, austeri contro cicale possiamo dire, oppure la linea che divide metaforicamente i paesi occidentali da quelli orientali usciti dal regime sovietico, oppure pensiamo alla rottura fra i popoli e le burocrazie, le classi politiche, od alle nazioni che ostinate riemergono e reclamano potere e competenze sempre piu’ importanti. L’Europa colpita dalla crisi economica non ha saputo e potuto orientarsi su un progetto diverso in vero, ma ha accettato il terreno di battaglia economico senza preoccuparsi di reagire a livello sociale culturale e politico. Il dominio dei mercati (che sono notoriamente globali) ha in tal senso esteso la sua forza anche e soprattutto sugli stati europei e l’Europa non ha saputo unirsi per reagire e governare il cambiamento. E’ mancato un progetto educativo scolastico culturale e una adeguata campagna comunicativa per rendere l’Europa un progetto condiviso, compreso, capito, affinché cittadini europei si sentissero tali, un’identità condivisa. L’Europa resta pero’ il progetto dei progetti, il fine ultimo cui tende il nostro continente, perché la CECA – la prima forma di unione europea – nasce per garantire la pace tra i contendenti francesi e tedeschi dopo la seconda guerra mondiale e prosegue con grandi balzi amministrativi in avanti, attraverso trattati e norme che entrano e si insinuano nei nostri ordinamenti giuridici fino a pervaderli, come oggi, in ogni dettaglio piu’ di quanto pensiamo. Una costruzione giuridica economica molto avanzata, cui solo i demagoghi possono pensare di porre una retromarcia.
L’Europa é oggi necessaria perché il mondo é piu’ grande, piu’ collegato ed i grandi players come USA Cina India Brasile Russia esigono un interlocutore unito ed europeo, piuttosto che singoli e piccoli stati nazionali. La globalizzazione é un dato di fatto ma i popoli non sono pronti, spesso sono spaventati e, di conseguenza, reagiscono chiudendosi, votando contro, come se restando soli ed isolati si risolvessero i problemi.

In questo scenario hanno trovato facile terreno di crescita movimenti e partiti che si ispirano al piu’ conservatore dei nazionalismi, il mito della nazione, nato nel XVI secolo e giunto fino ad oggi e che tende a far coincidere lo stato con la nazione, cioé con l’insieme di lingua tradizione e cultura. Un mito che già Einstein definiva una malattia infantile dell’umanità e che Mitterrand preoccupato nella sua ultima seduta a Strasburgo apostrofo’ con le parole “il nazionalismo é guerra”. Il binomio nazionalismo ed antipolitica ha pertanto causato un corto circuito nel progetto di integrazione europea e la Commissione non ha potuto e saputo reagire agli attacchi delle opposizioni nazionaliste ed antipolitiche, come non ha saputo riallineare gli stati membri spesso vittime di classi dirigenti tiepide sull’Europa, di corto respiro, che flirtano coi nazionalisti e sono guidati da classi dirigenti nazionali e poco avvezzi alla realtà europea.

Prima che gli eventi precipitino, e siamo già vicini al burrone, occorre reagire, invertire la tendenza, creando quel senso di appartenenza all’Europa ed amore per un progetto che é il compito e la missione della nostra generazione, votata non solo a social media e playstation, ma alla realizzazione di un grande progetto di pace e benessere: gli Stati Uniti d’Europa.

Spetta alla generazione erasmus soprattutto, ed a tutti coloro che vivono cross borders, realizzare il sogno europeo. Spetta specialmente, anche se non solo ovviamente, a chi l’Europa l’ha vissuta, capita, studiata veicolare il messaggio e la necessità di un’Europa unita.
Spetta a tutti gli ex erasmus il compito storico di diffondere il messaggio europeo, parlare spiegare l’europa, la differenza culturale dei paesi membri, la loro bellezza, l’aspirazione all’unità culturale, sociale, della letteratura, della musica del teatro europeo, dello sport europeo, del cinema europeo, un lavoro immenso e bellissimo, che gli erasmus possono realizzare senza difficoltà.

Occorre pertanto costituire un erasmus della politica, che avvicini i due mondi quello dei giovani europei e quello dell’impegno politico, necessario step per la realizzazione di un progetto politico come quello europeo. Scambi di lavoro e stage per lavorare fra istituzioni, parlamenti e governi dei vari paesi membri, per sviluppare una coscienza politica europea e formare i cittadini e la classe dirigente europea del futuro, che, al contrario delle classi dirigenti nazionali odierne, sia capace di portare a termine il progetto europeo.
Quote erasmus per consentire l’osmosi di conoscenze e best practices tra gli erasmus o italians o altri lavoratori cross borders affinché rientrino – anche temporaneamente – nei paesi di provenienza e lavorino presso pubbliche amministrazioni o privati e reimmettano conoscenze nella società.
Occorre l’unificazione del sistema scolastico europeo, dei programmi educativi, le materie da insegnare, la costruzione europea, la cultura di altri paesi, la loro musica, letteratura, tradizioni, spiegate in modo dettagliato. Oggi il Trattato di Lisbona affida agli stati nazionali scuola e cultura, senza appello. Un errore attribuire solo il mercato unico alla competenza europea e la cultura a quella nazionale.
Occorre l’istituzione di un servizio civile europeo, per tutti i cittadini, spendere un anno in un altro paese europeo é un’opportunità unica di conoscenza e apertura, contro le chiusure, si crea la base per una vera cittadinanza e identità europea (anche il servizio militare potrebbe essere un’opzione, molti paesi hanno creato un’identità intorno a questo).
La necessità di trovare una lingua unica per l’Europa, che sia standard e consenta a tutti di parlarsi, dalla Finlandia alla Spagna, senza dover eliminare le lingue tradizionali che restano, come restarono in vita i dialetti regionali dopo l’unificazione d’Italia.

In breve, la Commissione deve utilizzare il suo esiguo budget (forse é il caso di aumentarlo visto che il PIL di 500 milioni di europei é consistente) per propagandare e creare l’identità europea e veicolare la bontà la necessità ed i vantaggi dell’integrazione europea.

I risultati economici non possono essere il solo elemento di unione, lo stesso Fischer ex Ministro degli Esteri tedesco ricordava che l’Euro é un progetto politico. I risultati economici non possono precedere l’unificazione politica e culturale perché da essi dipendono. I problemi migratori, di sicurezza interna ed esterna, la crisi bancaria sono derivati dalla mancanza di unità di azione europea, dalla mancanza di un’Europa unita politicamente capace di esprimere una politica fiscale unica, una politica economica unica, una politica estera e di difesa unica e democraticamente fondata. Le istituzione non saranno rese democratiche se le classi dirigenti e le popolazioni non saranno rese europee, capaci di perseguire un interesse europeo, e non piu’ nazionale. I 5 milioni di Erasmus in giro per l’Europa, i 2 milioni e mezzo di italiani emigrati in Europa, sono una buona base di partenza per creare un popolo europeo ed una classe dirigente europea capace di sconfiggere il rinascere di pericolosi nazionalismi.
Per questo oggi ci sentiamo di dire che si avrà l’Europa o il caos!
Leonardo Scimmi

Uscire dall’Euro Fabrizio Macri’

 

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La teoria del complotto
Mai come oggi tornano alla ribalta coloro che ritengono che l’Italia e la sua economia siano vittime della disciplina economica e finanziaria europea che non sarebbe altro che espressione di un complotto internazionale espressione delle banche, dei poteri forti e delle logge massoniche.
La stessa globalizzazione sarebbe frutto di un complotto teso ad impoverirci e ad imporci governi non eletti allo scopo di attuare politiche economiche conformi ad interessi di banche d’affari straniere, e multinazionali a detrimento della nostra sovranità nazionale.
Una teoria coerente con il vittimismo all’italiana che vuole il nostro paese libero e proletario oppresso dalle forze occulte del capitalismo e delle potenze internazionali: una grande spectre dei «poteri forti» frutto di uno strampalato connubio tra deliri ideologici della sinistra extra parlamentare degli anni 70 ed il ridicolo complotto pluto giudaico massonico di memoria fascista.
L’Italia fuori dall’Euro?
Questa scuola di pensiero fomentata dai deliri di alcune espressioni politiche, è tornata recentemente a chiedere l’uscita dell’Italia dall’Euro, per favorire un ritorno ad una politica economica espansiva e autonoma da Bruxelles e soprattutto dalla Germania.
Far credere ai cittadini che una mossa del genere rilancerebbe la nostra economia sull’onda di una spesa pubblica finalmente libera da vincoli e di un export fiorente è da irresponsabili.
Uscire dall’Euro sarebbe dannoso, inutile e rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione.
Le ragioni sono elencate in questo documento basato anche sull’analisi storica di quei paesi occidentali, che (al pari dell’Italia nel 1993) abbiano sperimentato dal 1980 ad oggi forti svalutazioni della loro moneta nell’ordine del 20-30%.

6 ottime ragioni per rimanere nell’area Euro
1. Se si pensa che l’Italia uscendo dall’Euro possa aumentare strutturalmente export e crescita, evidentemente si ignora il fatto che dal 1998 ad oggi le nostre esportazioni sono aumentate di oltre il 100% grazie all’Euro che ha creato un contesto stabile e prevedibile fatto di cambio fisso e mercato unico privo di barriere doganali e tariffarie. L’Euro ha imposto una radicale ristrutturazione ad un’industria esportartrice che usciva fiaccata da decenni di svalutazioni speculative : iniezioni periodiche di morfina che rendendo i nostri prodotti meno cari, consentivano di tanto in tanto alle nostre imprese di aumentare le vendite senza lavorare sui fattori reali della competitività (innovazione, organizzazione interna, logistica, promozione e marketing). Se questo andamento positivo dell’export non ha avuto un impatto proporzionale sulla crescita complessiva, è dipeso dal fatto che troppo poche sono le imprese che esportano regolarmente (ca il 25% a fronte del 45% della Germania), non certo per il valore troppo alto della moneta o per le regole imposte da Bruxelles.

2. Anche se è vero che ad ogni svalutazione segue un momentaneo aumento dell’export, dovuto alla riduzione dei prezzi in valuta estera delle merci esportate, si tende a dimenticare che tale aumento si manifesta in modo sempre effimero, perchè parallelamente aumenta il costo dei beni importati. Questi maggiori costi attengono nel caso dell’Italia soprattutto a beni semilavorati e materie prime che vengono poi immessi nel processo produttivo con il loro costo maggiorato e finiscono per far nuovamente lievitare il costo delle esportazioni di beni finiti (di cui l’Italia è uno dei maggiori esportatori mondiali), annullando in gran parte l’effetto positivo dalla svalutazione.

3. L’osservazione dei fatti dimostra che le svalutazioni competitive della moneta (inclusa quella della Lira del 27% sul Dollaro, realizzata in Italia dal Governo Amato nel 1993) non hanno avuto un impatto sulla crescita ; le ragioni verificate in particolare in Italia nel 1993 sono state le seguenti:

a. gli introiti generati dall’export non erano abbastanza rilevanti da compensare la scarsa produttività dei settori non esposti alla concorrenza estera ;
b. finito l’effetto di abbassamento del prezzo dei beni esportati indotto dalla svalutazione, le imprese furono costrette negli anni 90 a porre un freno strutturale alla crescita dei salari per rimanere competitive, non essendo aumentata la produttività reale del lavoro ; l’effetto depressivo quindi sulla domanda interna, vera leva di sviluppo dell’economia, pose un freno alla crescita che fu, dopo la svalutazione, addirittura inferiore ai due anni che la precedettero.

4. Il debito italiano è già molto alto e sta dimostrando il maggiore freno posto alla facoltà del Governo di realizzare investimenti pubblici che così necessari sarebbero in questa fase congiunturale. Se l’Italia uscisse dall’Euro, la parte del debito in valuta estera (detta debito estero) aumenterebbe in valore per via della svalutazione della Lira che ne conseguirebbe, generando un ulteriore aumento del debito complessivo. Un’uscita dall’Euro quindi ridurrebbe ulteriormente la capacità del Governo di investire per sostenere l’economia.

5. Per rendere il debito finanziabile attraverso l’attrazione di investimenti sui titoli del debito e per contrastare la prevedibile fuga di capitali che seguirebbe ad un’uscita dell’Italia da un’area di stabilità finanziaria, si verificherebbe probabilmente un aumento dei tassi d’interesse, una riduzione quindi del credito alle imprese e un ulteriore effetto depressivo sull’economia

6. La svalutazione inoltre ridurrebbe il valore dei risparmi degli italiani, attualmente in Euro e, in caso di « Italexit », in una moneta svalutata si stima del 20 o 30%.

Questa analisi ci suggerisce che in un mondo globalizzato (variabile fissa su cui l’Italia non ha possibilità di influire richiedendo una riduzione del tasso di concorrenza globale), la crescita si raggiunge attraverso un aumento della competitività reale del sistema che richiede prima di tutto un pensiero strategico, una visione per il Paese, investimenti pubblici mirati ed una strategia sui mercati internazionali.
Se è vero che la svalutazione della moneta e quindi l’uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe inutile perché non funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, è evidente che il sistema ha bisogno di riforme reali che ci mettano in condizione di attirare investimenti ed esportare di più.
Le riforme necessarie richiederebbero un articolo a parte : un fatto è certo le soluzioni non sono semplici, richiedono un approccio pragmatico ed uno sguardo disincantato sulla realtà libero da vincoli ideologici e da interessi elettoralistici di breve termine.

 

 

L’Europa debole politicamente ma liberale e garantista – Leonardo Scimmi

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Oltre ai temi di geopolitica e militari, oltre a quello di politica interna vedi Le Pen, oltre a quello di sicurezza interna legato alle minacce ed ai rischi di ulteriori attentati da parte di frange estreme  del fondamentalismo religioso, al tema sociale e di integrazione dei giovani nei luoghi di emigrazione o di periferia, a quello delle frontiere esterne e dell’urgenza umanitaria, vi è un tema importante ma a volte trascurato, il tema dello stato di diritto. La rivoluzione americana e quella francese con i loro valori di separazione dei poteri dello stato e laicità – oltre al Bill of Rights e l’Habeas Corpus inglese – hanno determinato la nascita dello stato di diritto, vale a dire di uno stato che è vincolato e sottoposto esso stesso alle leggi, cioè alla Costituzione.

Le Costituzioni del 1848 derivate dai moti rivoluzionari risorgimentali hanno consentito ai cittadini europei di non essere più sudditi e cioè soggetti all’arbitrio di un monarca padrone, ma gli hanno permesso di avere diritti da far valere anche contro lo stato stesso, di fronte ad un giudice “terzo”, cioè estraneo, indipendente, garanzia di imparzialità. Questo è il cosiddetto liberalismo e costituzionalismo, cui dobbiamo anche il riconoscimento di un altro principio fondamentale, cioè la laicità dello Stato, la parità delle fedi religiose di fronte allo stato. Lo stato sin dallo Statuto Albertino in vero non si occupa di religione, proprio come suggeriva Cavour.

l pluralismo religioso ne è conseguenza e ne è ancor più conseguenza il fatto che le leggi di uno stato non sono affatto ispirate a precetti religiosi od a testi sacri, quali potrebbe essere la Bibbia per esempio. Per questo motivo – per esempio – ciò che è comunemente ritenuto “peccato” non è necessariamente ritenuto “reato” dal codice penale. Alla tradizione liberale e costituzionale si aggiunga l’eccezionale contributo di Cesare Beccaria in materia penale, primo illuminista che individuò principi fondamentali del diritto penale odierno quali, fra gli altri, il rifiuto della pena di morte e della tortura.

La tradizione di diritto europea, millenaria perché derivata in ambito civile dal diritto romano e nel diritto pubblico dagli eventi storici sopra ricordati, di cui furono ispiratori fra gli altri i nostri Mazzini e Garibaldi, è una tradizione fondamentalmente garantista, che protegge l’individuo ed i suoi diritti di uomo/donna e di cittadino nei confronti degli altri ma soprattutto nei confronti dello Stato. Garanzie di rango costituzionale quali il diritto di esprimersi, di criticare, di professare la propria religione, di associarsi, di fare politica, di essere giudicato da un giudice indipendente se necessario e via dicendo, come ben riporta la prima parte della nostra costituzione e come prevedono le tante costituzioni degli stati europei nonché i trattati istitutivi della Unione Europea, sono le garanzie di cui godiamo ogni giorno anche scrivendo su facebook e che derivano dalla nostra Costituzione.

Questo blocco di storia e tradizioni giuridiche liberali e di costituzioni formalmente approvate ci rendono uno Stato fondato sulla libertà – l’Unione Europea – forse debole politicamente, non coordinato, senza difese vere, ma profondamente liberale, aperto, garantista e, con la previsione dei diritti sociali, anche giusto. Ora, allorché si dibatte sulle vicende più disparate, dalla geopolitica alle esagerazioni di leader furbi o fuori controllo, dobbiamo anzitutto ricordarci chi siamo e da dove veniamo, quale storia, anche tragica, ci ha condotto ad essere un posto dove si può vivere in libertà e con rispetto degli altri, cosa che non è affatto scontata e che dobbiamo preservare, difendere, con ogni mezzo possibile, affidando – anche e soprattutto da sinistra, alla sicurezza il giusto peso, ed aspirando ad un ruolo più attivo nell’ordine mondiale.

 

Evento – Stati Uniti d’Europa – Conferenza Programmatica Roma 2016

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Premesse

1         Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo si presenta non più bipolare ma multipolare. USA Russia Cina India sono i player mondiali

 2         L’ONU appare bloccata su un assetto nato alla fine della seconda guerra mondiale non piu’ attuale e difetta di efficienza (diritto di veto, difficile da modificare)

3         NATO appare come la soluzione più efficace in Europa, ma è unilaterale e non si adatta ad un mondo oramai non piu’ bipolare bensi’ multipolare

 4         Al momento una balance of power sembra essere l’unica soluzione possibile, dove i vari players mondiali si accordano per risolvere questioni regionali

 5         I conflitti regionali causano, tra le altre tragedie, una inaspettata e forte migrazione di massa che riguarda in primis l’Europa

Problemi principali

–          Mancanza dell’Europa fra i player mondiali

–          Allocazione delle quote migranti nei paesi membri dell’Unione Europea

Soluzione

–          Creare gli Stati Uniti d’Europa (USE) – federali – capaci di esprimere una politica estera comune una politica di difesa comune di giocare un ruolo nel balance of power mondiale e capace di allocare le quote dei migranti nei paesi degli Stati Uniti d’Europa

Come  creare gli Stati Uniti d’Europa ?

–          Superare il Trattato di Lisbona, rilanciare la Costituzione Europea, riprendere I lavori ed arrivare alla Costituente Europa in Lussemburgo 2017

–          Creare gli Stati Uniti d’Europa dall’alto ma parallelamente lanciando il grande progetto mediatico di costituzione di una cultura europea unita

–          Dare competenze esclusive all’Europa in materie di politica estera e difesa fisco e interni

 –          Chi vuol essere in Europa deve rispettarne le regole federali. Meglio pochi ma convinti che allargare a Paesi che rallentano il processo di integrazione. Non è questione economica ma di accettare o meno il modello federale e le regole del decision taking maggioritario.

Chi deve rilanciare la Costituente Europea?

–          Il PSE manca di iniziativa da tempo ed è schiacciato sui temi economici dai conservatori. Il PSE non riesce a dare ai cittadini un « sogno », un progetto vero e perseguibile e di grande portata. Il PSE può coagulare intorno a se le forze europeiste rilanciando la Costituente Europea in un Congresso straordinario da tenersi inizio 2016 a Roma

–          Roma 2017 Congresso straordinario PSE

Come vincere gli euroscettici, i nazionalisti e le forze populistiche anti – Europa?

–          Grande sforzo mediatico e di investimento culturale. L’Europa non è divisa in Nazioni ma è divisa in culture, lingue, tradizioni, storie, geografie umane e sociali.

–          Enorme sforzo mediatico per convincere gli europei dei vantaggi dell’Europa, della crescita, della sicurezza, dei vantaggi dell’insieme rispetto alla particella

Quali progetti possono aiutare a creare gli europei degli Stati Uniti d’Europa, capaci di accettare decisioni a maggioranza prese dal Parlamento Europeo  e dal Governo Europeo ?

–          Lanciare il progetto Erasmus della Politica, con scambi di giovani studenti lavoratori a lavorare in parlamenti di altre nazioni, nei governi, nelle corti costituzionali etc

–          Prevedere quote erasmus al rientro, quindi tracciare chi ha studiato e lavorato in altri paesi europei, creare data base e prevedere quote nelle Pubbliche Amministrazioni e enti affini per iniettare quote di europeismo umano nella società dei paesi nazionali

–          Creare degli scambi continui e duraturi (5 anni) fra i funzionari delle pubbliche amministrazioni, controlli, corte di conti, inviati a lavorare in altri paesi, ovviamente remunerati a dovere

–          Coordinare i sistemi educativi e scolastici in generale

–          Prevedere l’inserimento di due lingue uniche nelle scuole, modello Lussemburgo

Chiuso il processo di creazione della CULTURA EUROPEA si finalizzera’ anche il progetto della Costituzione Europea e degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa, forte sulle sue gambe federali, saprà trovare la sua identità solidale sociale diplomatica e di difesa dei propri confini. Saprà tutelare i confini polacchi dalle paure storiche, saprà accettare i migranti in fuga dalle guerre, intervenire col suo peso diplomatico per evitare guerre o potrà intervenire in missioni di peackeeping o state building con il proprio esercito, sotto l’egida dell’ONU quando, nel cui Consiglio di Sicurezza siederà ovviamente.

L’Europa potrà intervenire con moral suasion ma anche con mezzi diplomatici e perfino militari in operazioni di tutela prendendo il posto della NATO.

L’Europa unita con una propria politica estera potrà evitare il pericoloso spostamento dell’asse diplomatico verso l’est, verso la Russia in un continente sempre piu’ Euroasiatico ed a trazione tedesca.

 L’Europa si pone come terza forza fra USA e Russia. Una diplomazia europea che guarda ai diritti umani, al sud del mondo, all’Africa al Medio Oriente. Propone una soluzione al conflitto Israelo Palestinese, si difende in Siria Iraq dall’avanzata dello Stato Islamico, promuove la libertà dalle dittature.