Polonia – Robert Biedroń di Diego Audero

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Anticlericale, omosessuale e socialista. Ossia l’incarnazione del diavolo per l’odierna Polonia. Si tratta di Robert Biedroń, la speranza della sinistra polacca.

Nato nella carpatica provincia conservatrice ad est di Cracovia, madre appartenente al sindacato di Solidarność, padre al partito dei lavoratori, si avvicina ancora giovane al movimento LGBT ed al partito Socialista Polacco. Dopo una non esalante carriera politica nella capitale abbandona il morente partito socialista polacco per avvicinarsi al partito anticlericale di sinistra inaugurato dal magnate della vodka, Janusz Palikot grazie al quale, nel 2011 Biedroń fu il primo parlamentare polacco dichiaratamente omossessuale.

Nel 2014 abbandona il parlamento per dedicarsi alla politica locale diventando sindaco di Słupsk, cittadina di 100.000 abitanti sul Baltico. E mentre la Polonia scivolava verso l’estrema destra nazionalista e la sinistra affogava nel mare dell’anonimato, dal suo scranno di sindaco Biedroń iniziava la sua carriera di outsider della politica.

In un sondaggio dello scorso giugno il 33% dei polacchi si dichiarava pronto, non senza sorpresa da parte degli analisti, a votarlo come presidente della repubblica, aprendo un dibattito, spesso molto aspro, sul fatto se l’odierna Polonia fosse o meno pronta ad avere un presidente socialista e dichiaratamente omossessuale.

Ancora oggi in Polonia, infatti, gli omossessuali soffrono una pesante discriminazione, anche nella cosmopolita Varsavia. Basti pensare come, non più di un mese fa, mentre un ragazzo di 14 anni preferiva il suicidio alle discriminazioni quotidiane che subiva, un’importante rappresentante del governo in carica, Krystyna Pawłowicz, accusava i “Lewakiem”( parola dispregiativa che significa sinistroidi) di essere i veri responsabili della morte del ragazzo in quanto, secondo lei, “quelli di sinistra corrompono l’integrità morale della nostra nazione negando che l’omosessualità sia una vera e propria malattia. I sinistroidi hanno tutti questi bambini sulla propria coscienza”.

E mentre a Słupsk i matrimoni civili sono aumentati del 40% da quando Biedroń è sindaco, dimostrando quanto i giovani seguano ed apprezzino questa “pecora nera” della politica polacca, lui rifugge la ribalta nazionale consapevole che una sinistra cosi debole e divisa non sia ancora in grado di colmare il vuoto che intercorre tra spazio politico e carisma personale. Nelle ultime disastrose politiche nazionali la sinistra si è infatti presentata unita sperando che la somma dei sei partiti che la componevano fosse sufficiente per superare lo sbarramento dell’8%. Nonostante l’ottimismo L’Unione di Sinistra (SLD+TR+PPS+UP+Verdi) si è fermata al 7,55 %, ben al di sotto delle aspettative. Dopo le elezioni l’Unione si è sgretolata e l’universo socialista si è ulteriormente parcellizzato. Biedroń e Barbara Nowacka, quest’ultima leader del movimento per la difesa delle donne, sembrano essere l’unica speranza di una nuova sinistra.

E se fosse lui il Macron polacco di cui tanto si parla a Varsavia? Ma la Polonia non sembra ancora pronta ad un politico socialista, e per giunta omosessuale.

Elezioni in Germania e situazione politica in Est Europa – Diego Audero

 

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Le elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria.  Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Europa rosso verde – New Deal per l’Europa Leonardo Scimmi

governo di coalizione Rosso verde Immagini Stock Libere da Diritti

Appare oggi quanto mai indispensabile fornire all’Europa un nuovo progetto ed agli europei una nuova Europa.

Da una parte l’Europa burocratica non piace a nessuno. Dall’altra le destre nazionaliste spaventano tutti.

Occorre una nuova Europa.

Gli europei, anche coloro che ancora non si reputano tali, hanno bisogno di una nuova Europa, federale, cioé piu’ unita, governata in modo democraticamente eletto, da un governo che risponda ad un Parlamento, un’Europa che si esprima con una sola voce, quella del suo presidente, ministro del tesoro, ministro degli esteri e cosi’ via. Un super stato europeo, di questo hanno bisogno oggi i cittadini europei, affinché i problemi che sembrano oggi grandi su scala nazionale, siano risolti a livello europeo con maggiore facilità.

Ma anche l’Europa ha bisogno di un nuovo progetto, poiché le politiche economiche e sociali neoliberiste hanno cominciato a segnare il passo, mostrando che il “Mercato” da solo non produce piu’ efficienza ma spesso crea disoccupazione, crisi e rovina ambientale. Occorre pertanto un New Deal democraticamente legittimato che dia all’Europa un’anima rosso verde, fondata sulla partecipazione piu’ ampia possibile dei lavoratori e stakeholders alla gestione delle imprese medio grandi e che adotti standard di protezione ambientali elevati e diffusi attraverso un’opera di sensibilizzazione dei cittadini e delle imprese.

Un’Europa unita, federale e rosso-verde, un progetto cross borders che miri ad abbattere i confini nazionali e creare un popolo europeo, coeso e sensibile alle istanze dei lavoratori e dell’ambiente.

ERASMUS E STATI UNITI D’EUROPA – ZURIGO 7 OTTOBRE 2017 ore 15

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Questionario

  1. Esiste una cultura europea? Esiste un cinema, musica, teatro, opera, pittura, europea?

 

  1. Esiste una identità europea ? una civilizzazione europea ?

 

  1. Cosa manca oggi all’Europa per essere forte nel mondo ?

 

  1. Pensi sia necessario avere un super Stato europeo ?

 

  1. Quali sono i vantaggi/svantaggi dell’Unione Europea per i suoi cittadini?

 

  1. Preferiresti un’Europa federale come gli Stati Uniti d’America oppure preferisci che siano gli stati nazionali prevalenti su Bruxelles ?

 

  1. Vorresti un Presidente dell’Unione Europea eletto direttamente da tutti i 500 milioni di europei ?

 

  1. Voteresti un candidato francese o tedesco al Parlamento europeo se vi fosse la possibilità ?

 

  1. Credi che un’Europa piu’ forte ed unita sia necessaria o superflua per i cittadini?

 

  1. Credi piu’ nello Stato o nel Mercato?

 

  1. Credi che sia possible che 500 milioni di cittadini europei parlino tutti la stessa lingua? Se si, che lingua potrebbe essere ?

 

  1. L’impegno in politica per il cittadino oggi é necessario o superfluo?

 

  1. Pensi che gli italiani all’estero possano essere utili all’Italia? Come ?

 

  1. Credi che l’Erasmus sia un progetto utile ? Credi che la Generazione Erasmus/italiani all’estero sia capace di unificare l’Europa e superare le barriere nazionali ?

 

  1. Pensi che la Generazione Erasmus e tutti gli Expats o emigrati abbiano una missione alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa ?

 

  1. Credi che l’Euro sia un vantaggio od uno svantaggio per l’economia ?

 

  1. Quale é il limite maggiore dell’Europa ? l’assenza di democrazia, la diversità culturale, linguistica, storica, o altro ?

 

  1. Credi che le classi politiche nazionali siano capaci di fare gli Stati Uniti d’Europa ?

 

 

Evento – Erasmus e Stati Uniti d’Europa

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ottobre 2017

ZURIGO

Convegno: Erasmus e Stati Uniti d’Europa

Intervengono:

On. Pia Locatelli 

(Presidente Onorario Internazionale Socialista Donne – Vicepresidente dell’Internazionale Socialista e Capogruppo PSI in Parlamento)

Enrico Musella (Membro del CGIE)

Simona Russo (Policy Advisor gruppo S&D al Parlamento Europeo)

Erika Voci del Comites di Lussemburgo

Durante il convegno saranno presentati i libri “No Euro no Party” di Fabrizio Macri ed Europa Riformista di Leonardo Scimmi

Walter Rathenau ed i battelli del Reno Leonardo Scimmi

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Anche in Italia è oramai famosa la secca ed illuminante risposta che il giurista Walter Rathenau diede decenni fa agli azionisti della Norddeutscher Lloyd, i quali  si lamentavano di non aver guadagnato abbastanza dal loro investimento azionario.

L’insigne giurista rispose che la società non esisteva per “distribuire dividendi a lorsignori, ma per far andare i battelli sul Reno”.
L’espressione “ i Battelli del Reno” è diventata da allora sinonimo dell’interesse sociale, cioè della oggettivizzazione della impresa e, con essa, della proprietà, al punto da determinare una contrapposizione fra interesse degli azionisti, legittimi proprietari dell’impresa, e l’interesse dell’impresa in sé.
La crisi finanziaria dalla quale non siamo ancora usciti ha messo alle strette il sistema di governance ed i rapporti fra pubblico e privato.
La crisi ha imposto una riflessione sul sistema attuale di Corporate Governance che ha mostrato i suoi limiti e difetti.
In questo contesto si inserisce la revisione dei principi del codice di Corporate Governance della OECD ancora fermo al 2004, come é stato piu’ volte ribadito nel corso delle conferenze dedicate alla Corporate Governance.
E in questo contesto si inserisce l’insegnamento di Walter Rathenau che ci riporta alla fondamentale questione del valore della azienda quale insieme di contratti e rapporti giuridici che trascende il mero interesse economico al dividendo.
L’interpretazione che emerge dall’esempio del pensatore tedesco Walter Rathenau è il passaggio da un’ottica di cosiddetta sharesholders value a quella di stakeholders value.
Questo passaggio implicherebbe considerare l’impresa non come mera organizzazione nelle mani dei proprietari capitalisti e deputata a creare profitti, ma quale organizzazione complessa composta dal capitale iniziale, dai lavoratori, dai creditori, dal territorio.
Il cambiamento di vedute potrebbe risultare inizialmente sorprendente ed inaccettabile, ma tutti ne avrebbero qualcosa da guadagnare nel lungo periodo.
Ovviamente tale prospettiva comporta dei cambiamenti soprattutto a livello di governance ed infatti i maggiori cambiamenti sono destinati ad avvenire nella composizione dei consigli di amministrazione.
In tal senso, gli organi direttivi (siano essi i conosciuti consigli di amministrazione o i consigli di gestione e di sorveglianza del sistema duale) dovrebbero ospitare – a prescindere dalla relativa presenza nel capitale e  quindi per legge – rappresentanti degli stakesholders di cui sopra, vale a dire dei lavoratori, dei creditori finanziatori e, perché no, delle istituzioni territoriali.
Questo mix garantirebbe la rappresentanza di tutti i soggetti interessati al business dell’impresa e potrebbe essere un freno alle operazioni troppo spericolate che poi portano alle crisi cicliche superficialmente definite ‘inevitabili’, oltre ai noti vantaggi in termini di produttività pace sociale e resistenza alle crisi cicliche.