La società della conoscenza, il populismo e la pedagogia – Leonardo Scimmi

 

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A fronte di una società palesemente fondata sullo sviluppo velocissimo e globale della conoscenza applicata a tutti i campi dello scibile, abbiamo una fetta di popolazione che da questa conoscenza é nettamente esclusa da anni.

Il divario, la cosiddetta forbice, si é allargata non solo e non tanto fra chi “ha” e chi “non ha”, fra chi possiede beni, proprietà e chi invece non possiede nulla, come diceva perfino il frate Bastiano ne Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, ma appare oggi con tutta evidenza il solco che esiste tra chi “sa” e chi “non sa”, tra chi ha seguito un corso di studi regolare e chi no e, soprattutto, tra chi riesce a stare al passo delle tecnologie e connessi saperi e chi invece ne é escluso.

A cio’ si aggiunga la complessità della materia finanziaria oramai assurta a materia fondamentale delle questioni europee, si aggiunga la conoscenza delle lingue necessarie a capire determinati processi economico finanziari e si consideri anche la differenza fra chi ha esperienza di materie tecnico giuridiche europee (la Casta) e chi invece riceve solamente input dai media nazionali, spesso interessati a veicolare una versione frammentata, parziale o semplicemente, inconsapevolmente, distorta o superficiale della verità.

Questa montagna di nozioni e complesse procedure cognitive ha generato una sfiducia, una diffidenza e persino un odio nei confronti della Casta, dell’Europa, di tutto cio che non si conosce.

Questo fenomeno ricorda vagamamente la distanza che vi era nei secoli passati fra il mondo della Chiesa ed il popolo tenuto all’oscuro dei processi e dell’evoluzione del sapere e, quindi, decisionale.

Questa diffidenza verso “chi sa” é presto divenuto il famigerato “populismo”, sorta di generico e superficiale malcontento che si scaglia irrazionalmente verso cio’ che non si conosce, spesso con il sostegno di  abili leader capaci di cavalcare emozioni e pulsioni irrefrenabili delle masse, come il libro”psicologia delle masse” insegnava.

Paradossalmente il populismo anti-casta ha generato, tramite un uso artigianale delle tecnologie, una sua scienza e suoi idoli, fatti di fake news, complottismo ed irrazionalità varia.

La cosiddetta “Casta”, coloro che sanno per formazione o per esperienza di governo, non é tuttavia esente da colpe, la prima delle quali é l’aver cessato di svolgere il compito primario che dovrebbe svolgere chi sa: insegnare, fare pedagogia.

Non lo ha fatto la Commissione Europea, non il Parlamento non il Governo né i capi partito né i dirigenti.

Questo manca ed é mancato in primis all’Europa, ai Governi oggi messi alle strette dai partiti estremisti o populisti, ai partiti schiacciati da decenni di antipolitica, é mancata un’attività pedagogica che portasse il sapere, la conoscenza, la novità tecnologica nelle scuole, nelle case, nella televisione, nei giornali.

Una grande opera di spiegazione sui benefici dell’Europa Unita, sulle novità tecnologiche e finanziarie, sulla cultura europea e sulle lingue europee, sulla necessità di una politica, europea, e sulla necessità dei partiti per veicolare il messaggio, per formare i cittadini e le classi dirigenti, per insegnare, come bravi pedagoghi, quello che oggi é difficile capire, la scienza, la tecnologia, le implicazioni etiche e politiche, gli effetti sul processo democratico.

Tecnocrati poco avvezzi alla comunicazione politica hanno preso il sopravvento nei processi decisionali e mediatici e, non dovendo rispondere ad elettorati precisi vista l’assenza di democrazia nella EU, hanno semplicemente trascurato l’elettorato che si é ripiegato ed ha cominciato a diffidare.

Occorrono pertanto in Europa leaders politici e dal chiaro DNA europeista, che difendano l’interesse europeo e non quello nazionale e spieghino al popolo europeo quello che fanno nelle segrete stanze di quella che appare oggi piu’ una Curia che un organo democratico.

Una grande opera pedagogica che ad oggi solo Macron in Francia ha iniziato, speriamo che faccia proseliti.

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