Catalogna Spagnola o Repubblica di Catalogna? Marcello Gianferotti

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Non c’è dubbio: Catalogna Spagnola. Il Golpe di Puigdemont e dei suoi seguaci non sarebbe ammissibile. Facciamo un po’ di chiarezza sulla questione catalana, anche perché la Catalogna non è solo Puigdemont ma tanta brava gente che oggi è vittima dei giochi sconsiderati della politica locale e nazionale.

Nei giorni scorsi si sono spesi fiumi d’inchiostro sulle vicende dal primo ottobre in poi. Appare sempre più chiaro che esista anche un giornalismo che come unico obiettivo ha quello di drammatizzare allo scopo di fare vendite o di sposare una parte piuttosto che l’altra, tanto per imbonirsi le grazie dell’una o dell’altra parte.

Analisi oggettive e realistiche non se ne sono viste molte.

Da tempo la Catalogna (Catalunya) soffre una difficile convivenza con lo Stato Centrale della Spagna. La politica ha cavalcato l’onda dello scontento per propria mera affermazione autoreferenziale e questo ha portato alla ventata di secessionismo che oggi inganna i catalani stessi.

Chiunque abbia voglia di andarsi a leggere un po’ di storia capisce bene che non esistono fondamenti storici sulla pretesa indipendenza della Catalogna. La Catalogna non è mai stata uno stato indipendente e non ha alcun diritto storico di diventarlo. La Catalogna ha non solo partecipato attivamente alla stesura della costituzione del ‘78, ma il 90% dei catalani ne ratificò l’esistenza votando favorevolmente allo specifico referendum.

Il problema è che da qualche tempo la Catalogna convive con un accordo fiscale con lo stato centrale che penalizza in modo eccessivo i catalani. Un accordo che lo Stato ha rinegoziato con tutte le altre regioni a statuto speciale tranne la Catalunya. E perché questo? Perché la Catalunya è la gallina dalle uova d’oro. La regione che attira investitori, oltre 45 milioni di turisti l’anno, aziende e banche. Quindi il limone da spremere che permette a Governo e regnanti di fare bella figura. Perciò la Catalogna non digerisce d’essere suddita della Monarchia e di uno Stato sempre più a destra.

La Catalogna paga molto più di tutti, sia in termini d’imposte dirette che indirette. E lo fa, anno per anno, senza ribellarsi.

Dal 2006 la Catalogna chiede la rinegoziazione di questi accordi, senza però ottenere risultati. I catalani tollerano, ma il vento di secessione cresce e la classe politica locale ne approfitta. Ne approfitta a tal punto che l’attuale Puidgemont con la sua cerchia (la sinistra catalana) ne fa una bandiera e promuove la sua battaglia incentrandola sulla secessione assicurando a tutti che la Catalogna dividendosi dalla Spagna sarebbe, di fatto, in Europa e nell’Euro. Un Inganno bello e buono. Una Catalogna fuori dalla Spagna sarebbe fuori dall’Euro e dall’Europa. Una barca alla deriva.

Lo Stato centrale non interviene mai. Mai una volta che si preoccupi d’informare la popolazione. Mai una volta che cerchi di fare educazione.

La Catalogna indice quindi un referendum per il 1 ottobre. E qua inizia la vera storia. Il vero problema.

Cosa chiede il referendum?

Volete che la Catalogna si separi dalla Spagna? SI o NO.

Il referendum è solo interrogativo. Tuttavia importante.

La Corte costituzionale dichiara, e direi a pieno diritto, il referendum illegittimo. Illegale. E ci sta poiché non ha alcun senso giuridico e politico indire un referendum che affronti questioni di spessore costituzionale e nazionale limitandolo a una zona, a una regione. E che dice generalmente il diritto internazionale? Che in caso di referendum, o di altra votazione, se ritenuto illegale, il risultato del referendum stesso non potrà e non dovrà essere preso in considerazione dal Governo e quindi dall’organo amministrativo del paese.

Da qua la questione diventa molto delicata perché si va oltre la questione del diritto della Catalogna di separarsi o no. Diventa una questione di democrazia.

Chi ha il diritto di impedire a una comunità di esprimere una propria posizione?

Chi ha il diritto d’impedire a una comunità di protestare?

Al di là del giusto o dello sbagliato in decine di anni i Catalani hanno protestato senza mai causare un danno o un ferito.

Ed ancora in uno stato democratico chi ha più diritto d’essere protetto? Le maggioranze o le minoranze?

Per me e per chiunque abbia un’idea di democrazia sana, chi ha questo diritto sono proprio le minoranze. Non certo le maggioranze che sono già abbondantemente protette proprio dall’essere maggioranza.

La mattina del primo ottobre un esercito di poliziotti mandato da Madrid non si è limitato a sequestrare le urne, ma si è scagliato contro persone normali che volevano solo votare. Contro famiglie, persone anziane, con una violenza assolutamente non necessaria.

La violenza della polizia ha lasciato scioccati tutti in Europa.

Con il suo comportamento del primo ottobre lo Stato ha fatto si, a mio avviso, che la questione Catalana non sia più una questione di merito, ma di metodo. Passando dalla ragione assoluta a buona parte del torto.

Diceva un Grande uomo, morto per affermare i più importanti principi di libertà: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfigge le idee con la forza perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza”.

Questo è il pensiero che credo dovrebbe crescere nell’idea di uno Stato Europeo Federale. Fondato sulla democrazia e sulla libertà. Sulla condivisione e sull’altruismo, ma anche sull’ascolto e sulla protezione delle minoranze.

Oggi ci troviamo di fronte a due leader, uno centrale e l’altro locale, che si scontrano senza sapere dove questa attitudine condurrà il popolo spagnolo.

Due persone che si sono arroccate sulla loro unica ed egoistica affermazione personale e fanno muro contro muro. Ognuno per non perdere la faccia.

Da una parte Puigdemont che non può tornare indietro, ostaggio della propria retorica sull’uscita dalla Spagna e dalla Monarchia.

Dall’altra un Rajoy che vuole fornire prova di assoluta autorita’, fino ad utilizzare la polizia.

C’è poi la figura del Re, che anziché porsi da mediatore, da buon padre di famiglia, e cercare di ricondurre gli animi alla ragione, è intervenuto richiamando i catalani all’obbedienza senza se e senza ma.

Nessuno che abbia avuto l’umiltà di chiedere scusa, scusa per aver bastonato ragazzi, anziani, donne e uomini in pace solo perché avevano osato pensare un modo sbagliato per urlare le loro ragioni.

In questo scenario la questione diventa sempre piu’ intrigata, il dialogo lontano e la situazione pericolosa.

Solo la pressione della comunità internazionale, dell’Europa e dell’autorevolezza degli esponenti può oggi riportare le parti alla ragione.

La sinistra europea, e in particolare i Socialisti Europei, può fare molto per ricomporre lo strappo e trovare una mediazione che eviti la secessione e l’uso della forza.

Data la forza socialista in Catalogna, possono e devono affiancare i socialisti locali in una mediazione internazionale e sollevare il problema sull’abuso continuato dello Stato Centrale Spagnolo sulla Catalogna e fare informazione verso i Catalani spiegando loro che insieme non solo si può vivere, ma si vive meglio. In un’ottica di cittadini Europei il problema della Catalogna può e deve essere il problema di tutti. Forse la Catalogna non sola potrà risolvere la sua difficile convivenza senza errori come ha fatto.

Questo è il mio appello.

Aiutare oggi la Catalogna a risolvere pacificamente e democraticamente la frattura con la Spagna può essere la dimostrazione che anche i populismi possono essere superati e guariti in democrazia. “Hablando” come dicono gli Spagnoli. “Hablando” e non bastonando.

Nel nostro tempo, nella nostra epoca non è accettabile che una regione Europea possa chiedere la secessione nell’indifferenza di tutti, come non è accettabile che la rivolta pacifica, e ripeto pacifica,  di un popolo, seppur attuata con metodi sbagliati, venga smorzata a bastonate nell’indifferenza della politica Europea.

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