Programma esteri: Erasmus Cogestione Banking Green

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I temi che affronteremo nel corso della prossima campagna elettorale – dall’estero – saranno i seguenti:

  • Erasmus e Stati Uniti d’Europa, come creare un popolo ed una classe dirigente profondamente europeista

  • Cogestione, come introdurre elementi di democrazia industriale all’interno delle imprese, permettendo la rappresentatività dei lavoratori, tutti non solo i sindacalizzati, all’interno dei consigli di amministrazione e sorveglianza delle imprese, e aumentare la produttività delle stesse nonché facilitare la pace sociale

  • Banking, come favorire una tutela del risparmio vera ed una maggiore tenuta ed efficienza del sistema bancario, onde rendere possibile una crescita economica senza conflitti di interessi

  • Green, come mantenere il sistema produttivo e di vita europeo e mondiale a livelli di elevata tutela ambientale, per salvaguardare le risorse naturali e garantire standard di vita salutare per tutti

Milano – Meriti e Bisogni 2.0 – Leonardo Scimmi

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Io credo cari compagni ed amici, colleghi, signori e signore, che questo evento sia un evento straordinario per i contenuti ed il timing. E credo che questo evento sia l’occasione per essere un po‘ ambiziosi, come partito e come movimento politico culturale. Dal 1982 a Rimini ad oggi 2017 a Milano il mondo é cambiato in modo radicale.

Credo che sia arrivato il tempo di dire quello che va detto con il coraggio della trasparenza e della verità. L’Italia é diventato un paese di second’ordine, se non peggio, l’Italia in tutte le classifiche mondiali riguardo la competitività dei sistemi scolastici ed educativi, della produttività delle imprese, sebbene ci spiaccia dirlo, non primeggia affatto.

La attrattività dell’Italia verso l’estero é bassa. Nessuno viene in vero a studiare o lavorare in Italia per migliorare la propria formazione. L’Italia non attrae giovani dalla Germania o dalla Francia e dopo l’Erasmus, molti se ne vanno e tornano nelle loro patrie.

Al contrario, l’Erasmus é per gli italiani il primo passo verso una carriera all’estero, spesso inizialmente voluta e poi forzatamente proseguita per carenza di alternative.

Ed é cosi’ che l’Italia perde buona parte dei suoi giovani professionisti, laureati, dottorandi, ricercatori, impiegati, quadri, forze energie e competenze, know how, skills, spirito imprenditoriale che se ne va a pagare tasse in altri paesi dopo aver ricevuto una formazione finanziata dallo stato italiano porta il suo sapere altrove.

In tutto cio’ lo stato non interviene. La disciplina per i cervelli in fuga é cervellotica, burocratica, non abbastanza comunicata e nessuno in vero la prende in considerazione, come fare a pagare meno tasse se il lavoro non c’é in Italia?

Eppoi, pensate che gli italiani stiano all’estero solo per pagare meno tasse ?

La burocrazia, le baronie, le raccomandazioni, i clientelismi, la mancanza di fondi per ricerca e sviluppo ed innovazione. Salari bassi tasse alte e burocrazia asfissiante, queste le ragioni addotte dagli intervistati. Da aggiungere la taglia medio piccola delle imprese che non hanno fondi e capacità per attrarre o investire in talenti.

Il quadro é desolante, spiace dirlo, ma negli utlimi 30 anni, forse da Rimini 1982 si é perso terreno, l’Italia é passata in secondo piano ed a nord delle Alpi ci giudicano come un paese poco affidabile, in bilico sulla bancarotta e con un sistema mal funzionante.

Per invertire questa rotta noi italiani all’estero abbiamo individuato diverse proposte di riforma, che diano slancio al Paese ed ai giovani professionisti.

La prima proposta sono le Quote erasmus. Cosa sono ? Sulla scia delle quote rosa o delle quote per le persone in difficoltà, occorre inserire nella PA e nelle imprese i cervelli all’estero che vogliano tornare in Italia, trovare loro canali preferenziali per il rientro.

Perché ? Perché é interesse dell’Italia avere queste persone, che immettono know how e conoscenze e cultura europea in un mercato del lavoro asfittico e provinciale. Una proposta schok che non piace, ma che si basa su realtà che ho visto in altri paesi. In Germania i laureati sono spediti a studiare e fare esperienze in tutto il mondo, e poi rientrano e continuano a produrre ricchezza in Germania e ad espandere il commercio estero tedesco nel mondo intero.

Un altra proposta é l’Erasmus della politica: per avvicinare i giovani alla politica europea e formare il popolo europeo e la classe dirigente europea di cui abbiamo oggi bisogno per superare l’impasse degli stati nazionali e formare un super stato europeo, gli Stati Uniti d’Europa.

 

All’estero si impara molto, da paesi spesso piu’ avanzati rispetto all’Italia, e riportare know how in Italia é un vantaggio per tutto il Paese.

Altra proposta é che il sistema educativo non deve essere piu’ nazionale ma europeo, con lingua programmi e scambi decisi a Bruxelles.

Altra proposta inserire un obbligo di servizio civile o militare all’estero, in Europa.

Tutto qesto per ricordare che la formazione dell’Europa federale é una necessità in un mondo globale e che non puo’ prescindere dalla formazione preventiva e propedeutica di un’Europa culturale.

L’Italia ha il vantaggio/svantaggio di avere 5 milioni di italiani residenti all’estero. Negli utlimi 10 anni 1.5 milioni di italiani sono emigrati. Cifre enormi, competenze regalate a Francia UK e Svizzera e Germania senza che Governo e stampa nazionali ne parlassero piu’ di un minuto.

L’Italia guarda solo da questo lato delle Alpi, noncurante del mondo oltre confine.

Ebbene é ora di alzare lo sguardo ed utilizzare coloro che per merito per volontà per tenacia e per capacità hanno la forza, la voglia l’energia di formare l’Italia e l’Europa del futuro.

Oggi, celebriamo i Meriti ed i Bisogni, facciamo in modo che queste persone meritevoli siano utili al paese ed a chi ha bisogno.

Evento: Erasmus Cogestione e Stati Uniti d’Europa

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Convegno:

Erasmus Cogestione e Stati Uniti d’Europa

20 gennaio 2018 ore 17

Presso Società Umanitaria

Via F. Daverio 7 20122 Milano

Introduce Mauro Broi  (Segretario PSI Milano)

Presentazione dei libri:

Erasmus Politik ed Europa Riformista di Leonardo Scimmi

No Euro No Party di Fabrizio Macri

Interviene On. Mauro Del Bue

(Direttore Avanti!online)

Partecipano:

Filippo Barberis (Capogruppo PD Comune Milano)

Niccolo Boggian (Founder Forum della Meritocrazia)

Lorenzo Cinquepalmi (Segretario PSI Lombardia)

Ugo Poletti (Presidente Circolo della Colonna)

Elena Grandi  (Verdi Milano)

Giorgio Cavalca (Circolo De Amicis Milano)

Organizza : Europa Riformista rivista on line

La società della conoscenza, il populismo e la pedagogia – Leonardo Scimmi

 

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A fronte di una società palesemente fondata sullo sviluppo velocissimo e globale della conoscenza applicata a tutti i campi dello scibile, abbiamo una fetta di popolazione che da questa conoscenza é nettamente esclusa da anni.

Il divario, la cosiddetta forbice, si é allargata non solo e non tanto fra chi “ha” e chi “non ha”, fra chi possiede beni, proprietà e chi invece non possiede nulla, come diceva perfino il frate Bastiano ne Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, ma appare oggi con tutta evidenza il solco che esiste tra chi “sa” e chi “non sa”, tra chi ha seguito un corso di studi regolare e chi no e, soprattutto, tra chi riesce a stare al passo delle tecnologie e connessi saperi e chi invece ne é escluso.

A cio’ si aggiunga la complessità della materia finanziaria oramai assurta a materia fondamentale delle questioni europee, si aggiunga la conoscenza delle lingue necessarie a capire determinati processi economico finanziari e si consideri anche la differenza fra chi ha esperienza di materie tecnico giuridiche europee (la Casta) e chi invece riceve solamente input dai media nazionali, spesso interessati a veicolare una versione frammentata, parziale o semplicemente, inconsapevolmente, distorta o superficiale della verità.

Questa montagna di nozioni e complesse procedure cognitive ha generato una sfiducia, una diffidenza e persino un odio nei confronti della Casta, dell’Europa, di tutto cio che non si conosce.

Questo fenomeno ricorda vagamamente la distanza che vi era nei secoli passati fra il mondo della Chiesa ed il popolo tenuto all’oscuro dei processi e dell’evoluzione del sapere e, quindi, decisionale.

Questa diffidenza verso “chi sa” é presto divenuto il famigerato “populismo”, sorta di generico e superficiale malcontento che si scaglia irrazionalmente verso cio’ che non si conosce, spesso con il sostegno di  abili leader capaci di cavalcare emozioni e pulsioni irrefrenabili delle masse, come il libro”psicologia delle masse” insegnava.

Paradossalmente il populismo anti-casta ha generato, tramite un uso artigianale delle tecnologie, una sua scienza e suoi idoli, fatti di fake news, complottismo ed irrazionalità varia.

La cosiddetta “Casta”, coloro che sanno per formazione o per esperienza di governo, non é tuttavia esente da colpe, la prima delle quali é l’aver cessato di svolgere il compito primario che dovrebbe svolgere chi sa: insegnare, fare pedagogia.

Non lo ha fatto la Commissione Europea, non il Parlamento non il Governo né i capi partito né i dirigenti.

Questo manca ed é mancato in primis all’Europa, ai Governi oggi messi alle strette dai partiti estremisti o populisti, ai partiti schiacciati da decenni di antipolitica, é mancata un’attività pedagogica che portasse il sapere, la conoscenza, la novità tecnologica nelle scuole, nelle case, nella televisione, nei giornali.

Una grande opera di spiegazione sui benefici dell’Europa Unita, sulle novità tecnologiche e finanziarie, sulla cultura europea e sulle lingue europee, sulla necessità di una politica, europea, e sulla necessità dei partiti per veicolare il messaggio, per formare i cittadini e le classi dirigenti, per insegnare, come bravi pedagoghi, quello che oggi é difficile capire, la scienza, la tecnologia, le implicazioni etiche e politiche, gli effetti sul processo democratico.

Tecnocrati poco avvezzi alla comunicazione politica hanno preso il sopravvento nei processi decisionali e mediatici e, non dovendo rispondere ad elettorati precisi vista l’assenza di democrazia nella EU, hanno semplicemente trascurato l’elettorato che si é ripiegato ed ha cominciato a diffidare.

Occorrono pertanto in Europa leaders politici e dal chiaro DNA europeista, che difendano l’interesse europeo e non quello nazionale e spieghino al popolo europeo quello che fanno nelle segrete stanze di quella che appare oggi piu’ una Curia che un organo democratico.

Una grande opera pedagogica che ad oggi solo Macron in Francia ha iniziato, speriamo che faccia proseliti.

ITALY, AN OPPORTUNITY NOT A THREAT FOR SWITZERLAND – Fabrizio Macri

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Looking at Italy only as a chaotic and unreliable place where to fish for the best companies to move to Switzerland is a very short sighted approach to the Italian market. Italy, which is the second largest manufacturing country in Europe, could be an even more important export market for Swiss companies than it is today. If Swiss export to Italy was proportionate to the size of the Italian GDP, it would be worth 20 Billion Euros: 7 billion more than it was in 2016“.
I have lived in Switzerland since 2007 and perception of Italy is on average not so positive among the Swiss, mainly as a consequence of bad press, bad reputation of Italian politics and of the deteriorating economic situation which increased immigration of young Italian graduates to Switzerland putting additional pressure on the Italian speaking Canton, Ticino.
The contention of this paper though is that Switzerland could profit from its bilateral trade relations with Italy by adopting a more reasonable and pragmatic approach, less influenced by negative prejudices about its Southern neighbor.
Italy is a G7 highly industrialised country, and is the ninth most important world exporter. It exports world-renowned products in the field of automotive, fashion, technology, design, food and beverage. This successfull industrial record though serves rather the purpose of boosting our self confidence as Italians than that of improving the perception that Switzerland has of us: and so explaining the economic benefits for Switzerland of deepening economic relations and increasing trade with Italy perhaps serves this second purpose in a more effective way.
Switzerland enjoys at the moment a very positive trend of exports as it seems to have leveraged the impact of depreciating Euro and Dollar to the Swiss Franc in 2015.
More than half of the Swiss export go to two markets, US and Germany, leaving tremendous potential in untapped markets such as Spain, UK, Italy and France.
If, in addition, you consider that Italy is the second most important manufacturing country in Europe, Swiss export potential to its Southern neighbor could definitely be higher in volume then it is now. Swiss export to Italy is 32% of Swiss export to Germany, whereas Italian GDP amounts to 50% of German GDP, showing further potential for Swiss export growth to Italy.

A sectorial comparison of Swiss exports to Germany and to Italy, shows a very similar structure: Italy and Germany import the same technology and goods from Switzerland, albeit in different volumes.
Italy’s export is mainly driven by the high and medium value added sectors and only in a minor way by those consumer goods like food and wine that Italy is more famous for.
Industrial goods such as machines and precision instruments are the main driving force behind Italian export-led growth and generate consistent demand for foreign and Swiss technology and components. Being that Italy is a dynamic exporter of technology, it is naturally also a great importer and therefore an opportunity for foreign and Swiss companies.
60% of Italian exports consist of industrial machines, fashion, vehicles and metals while electronics, chemicals and food and beverages represent 40%: a diversified and rich manufacturing structure organized in regional clusters and enterprises network.
Industrial clusters reflect Italian DNA of diversification and localism. Tradition and innovation are often born in small villages and towns, far from big cities like Milan or Rome. This patchwork of different economies within the same country makes Italy a hard to knock down. The traditional North-South scheme is no longer adequate to understand the Italian economy, whereas knowledge of local and informal networks (chambers of commerce, industrial associations, networks of professionals) is an important key to establishing successful business relationships.
Building trust by personally knowing your business partner is still in Italy a necessary step to start a business. This cultural difference must be considered in a strategy aimed at conquering the Italian market: in fact while European companies are normally ready to give up on their business and cultural values in order to better approach emerging markets with deep cultural differences, when it comes to approaching Italy, cultural difference is often made fun of by other westerners, or dismissed with a sarcastic smile.
People tend to forget that Italian backwardness and peculiarity compared to other EU economies do not hinder this country from being the second industrial economy in Europe and the ninth biggest exporter in the world, ahead of countries like the UK and Canada. Entering this big market means establishing local relationships with chambers of commerce, industrial associations, governments and entrepreneurs: transaction costs may be higher here and results slower to achieve but rewards may very well exceed expectations in the long run.
Understanding Italy and having knowledgeable partners who can help with the Italian business dynamics can be mutually beneficial to Switzerland to further increase its exports to Italy and to Italy itself to be more attractive for Swiss investors.
Author

Fabrizio Macrì, born in Rome in 1974, has been living and working abroad since 2000. He is the Director of the Italian Chamber of Commerce in Switzerland since July 2012 where he carries out on behalf of the Italian Government, of Italian business associations and companies export support, promotion and consulting activities. Fabrizio has published his first book, « Oltrefrontiera » in 2011, « Generazione Erasmus » and « No Euro No Party » in 2017.

Cultura europea per una rinascita dell’Europa – Carlo Sconosciuto

 

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Il progresso tecnologico con i suoi diversi strumenti di comunicazione va di pari passo e coincide con un regresso emotivo culturale che,  a mio avviso, altera l’interesse della gente e il loro approccio alle cose, non più curioso e alla ricerca della verità, ma più volto alla ricerca di una immediata risposta ad ogni cosa, ma non sempre la risposta è quella giusta e il tempo che poi si perde a capirlo crea quel vuoto culturale che viviamo oggi, che si riverbera sulle dinamiche politiche.

La velocità della luce dei cambiamenti non permette la riflessione e si diventa quasi degli automi che basano le loro decisione, a volte inconsciamente, su slogan, gli slogan della moderna comunicazione che di per sé sono inespressivi e non lasciano adito ad interpretazioni e valutazioni, ma si impongono quasi come verità che influenzano le nostre decisioni.

La crisi d’identità che i giovani soprattutto possono avere è dovuta proprio a questo e la crisi civile e culturale che stiamo vivendo nel mondo si riflette in una crisi politica che è terreno fertile per la rinascità di movimenti e partiti estremisti.

La responsabilità che ha la politica è tanta ed è compito suo leggere la realtà di oggi e focalizzarsi soprattutto sulla cultura, sul ripristino di un rapporto empatico con i cittadini, essere una guida sincera e capace che non sceglie la scorciatoia di slogan, spot alla Grillo, alla Salvini, etc per convincere e spostare le masse.

Basta trumpismo, grillismo, salvinismo, nutriamo le persone di contenuti.

Detto questo, sono convinto che per salvare l’Europa dal suo stallo, è ora di puntare ancor di più ad un sistema politico europeo, con i suoi vari soggetti partitici.

La base di partenza per ottenere questo è lo sviluppo di quella cultura europea che solo pochi paesi in Europa hanno sviluppato, come ad esempio Lussemburgo, dove ci si sente cittadini europei ed ognuno di noi si arricchisce delle realtà altrui.

Ci sono movimenti che promuovono un vero Stato Federale Europeo,  con partiti europei e le loro “circoscrizioni” federali in tutta Europa.

La cultura europea come motore per la rinascita politica in Europa,  a supporto dell’eliminazione di localismi nazionali che frenano ogni progresso.

Catalogna – C’è un problema di Democrazia? – Marcello Gianferotti

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La questione catalano/spagnola è servita e deve servire per un’analisi profonda. Per capire quanto siano pericolosi i populismi oggi e quanto sia fragile il concetto di democrazia specialmente nelle giovani generazioni.

In questi giorni mi ha colpito molto lo strano concetto di democrazia che hanno alcuni giovani intervistati dalle TV locali su quanto accade. Il commento di un ragazzo (un portavoce universitario dei Ciudadanos, un giovane partito prima catalano poi spagnolo) che dice: secondo il mio vocabolario la democrazia si applica quando una maggioranza decide e la minoranza obbedisce. 

Ebbene no! Non è così.

La questione catalana, sbagliata dall’inizio, mal gestita ed inverosimile dimostra appunto quanto sia labile e mal interpretato il concetto di democrazia dalle giovani generazioni.

Un governo viene eletto secondo una maggioranza. Quindi ha come primo dovere il compito di governare, ma il suo primo dovere non può non coincidere con la protezione, e ripeto protezione, delle minoranze. L’avere la maggioranza NON da mai il diritto di governare senza tenere conto delle minoranze e senza proteggerle. Le maggioranze del resto sono già protette dall’essere maggioranza.

In Catalogna è stato sbagliato il referendum, è stata sbagliata la repressione del Governo, è sbagliato il muro nel dialogo Spagna – Catalogna, sbagliato da anni di superficiale trascuratezza del problema.

La sola cosa certa è che in Spagna esiste una minoranza che manifesta un disagio. Che ha un problema. Ed il compito di un Governo saggio è quello di ascoltare e, nei limiti del possibile, fare di tutto per venire incontro a quella minoranza. In Catalogna per decenni e decenni nessuno ha mai fatto nulla ed oggi si paga l’errore di tanti anni e non semplicemente gli errori di entrambe le parti dal primo ottobre ad oggi.

Vivere in democrazia non vuol dire affermare semplicemente le idee delle maggioranze e pretenderne l’obbedienza. Vuol dire governare un popolo, maggioranze e minoranze incluse, ed ascoltare i disagi di tutti anche quelli scomodi o complicati.

Quanto accaduto in Catalogna deve aprire le menti a ragionamenti più ampi sui crescenti pericoli derivanti dai facili populismi e sulla deriva che il concetto di democrazia sta prendendo. Un concetto sempre più votato all’idea che democrazia sia l’affermazione delle maggioranze e basta. Pericoloso.

Portogallo e investimenti pubblici –  Mauro Scarpellini

 

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Domenica 3 ottobre in Portogallo ci sono state le elezioni amministrative e il Partito Socialista (PS), che è al governo in coalizione con la sinistra radicale, è andato benissimo : ha conquistato più della metà dei 308 comuni dove si votava e ha ottenuto in tutto il 38 per cento dei voti, sei punti in più delle elezioni politiche del 2015, il risultato più alto della sua storia. È una vittoria rara in Europa, dove i partiti socialisti sono in crisi quasi ovunque, dalla Francia alla Germania.

Il successo della sinistra portoghese è dovuto in buona parte alla situazione economica del paese: il Portogallo sta recuperando molto bene dopo la grave crisi economica che lo ha colpito. Il deficit ha raggiunto il livello più basso di sempre, mentre l’agenzia Standard & Poor’s ha appena alzato il rating del paese. Il primo ministro socialista António Costa non si è limitato soltanto a tenere i conti in ordine, ma ha fatto anche molte cose “di sinistra”, mirate ad aiutare in particolare i ceti più colpiti dalla crisi e dalle misure di austerità adottate negli ultimi anni precedenti.

Per esempio il suo governo ha alzato il salario minimo, ha abbassato l’età pensionabile e ha aumentato gli investimenti pubblici, in particolare quelli nella sanità: in pochi anni il Portogallo ha recuperato diverse posizioni nelle classifiche internazionali sulla qualità dei servizi sanitari.

A luglio il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,9 per cento, il livello più basso dal novembre 2008. L’economia dovrebbe crescere quest’anno del 2,5 per cento, sostenuta da turismo ed esportazioni.

Costa, secondo gli ultimi sondaggi, gode dell’approvazione del 48,9 per cento dei portoghesi e il 3 ottobre questa popolarità si è trasformata nella conquista di 9 delle 15 città più popolose del paese, tra cui la capitale Lisbona.

Il Portogallo ha detto all’Europa e, quindi, anche agli italiani, che si possono fare politiche di sinistra, si possono fare investimenti pubblici, si riesce a ridurre l’occupazione e ad aumentare la ricchezza prodotta.

 

IL MANIFESTO DEL RIFORMISMO DEGLI ITALIANI ALL‘ESTERO – EUROPEISTI

9 SPUNTI PER IMPORTARE IL MEGLIO DELL’EUROPA IN ITALIA

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  1. Gli expatriates italiani: una rete di competenze per attirare capitali in Italia.
  2. Vogliamo i migliori: cenni strategici per fare dell’Italia un posto dove venire ad investire il proprio talento.
  3. La sfida dell’Euro: perchè l’Italia non può tornare indietro e cosa fare per trarne profitto.
  4. Fare gli europei: cultura, società, identità. L’Europa non è solo moneta. Fare gli europei e poi l’Europa Federale.
  5. Socialismo liberale come risposta al populismo: non è il liberismo sfrenato la risposta alla crisi, ma un mercato temperato da uno stato illuminato e attento alle esigenze dei più deboli, agli emraginati dalla globalizzazione e dal cambiamento tecnologico.
  6. Rappresentatività: precari, start-upper, dotcommies, che forma dare alla cogestione socialdemocratica negli anni della globalizzazione? Gli italiani all’estero si ispirano agli altri paesi europei alla ricerca di nuove forme di rappresentanza per una società meno frammentata e più coesa.
  7. Ambiente: energie rinnovabili, risparmio energetico, dissesto idrogeologico, tecnologie antisismiche, edilizia biologica. Come conciliare Business e qualità della vita.
  8. Giusta accoglienza a chi ha diritto di asilo in Europa.
  9. Digitalizzazione della PA e semplificazione burocratica per gli italiani all’estero.

 

Fabrizio Macri’ (Svizzera)

Leonardo Scimmi (Svizzera)

Simone Bonzano (Germania)

Marcello Gianferotti (Spagna)

Toni Duranti (Belgio)

Simona Russo (Belgio)

Erika Voci (Lussemburgo)

Enrico Musella (Francia)

Marco Marrocco (Svizzera)

Luigi Fucentese (Svizzera)

Catalogna Spagnola o Repubblica di Catalogna? Marcello Gianferotti

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Non c’è dubbio: Catalogna Spagnola. Il Golpe di Puigdemont e dei suoi seguaci non sarebbe ammissibile. Facciamo un po’ di chiarezza sulla questione catalana, anche perché la Catalogna non è solo Puigdemont ma tanta brava gente che oggi è vittima dei giochi sconsiderati della politica locale e nazionale.

Nei giorni scorsi si sono spesi fiumi d’inchiostro sulle vicende dal primo ottobre in poi. Appare sempre più chiaro che esista anche un giornalismo che come unico obiettivo ha quello di drammatizzare allo scopo di fare vendite o di sposare una parte piuttosto che l’altra, tanto per imbonirsi le grazie dell’una o dell’altra parte.

Analisi oggettive e realistiche non se ne sono viste molte.

Da tempo la Catalogna (Catalunya) soffre una difficile convivenza con lo Stato Centrale della Spagna. La politica ha cavalcato l’onda dello scontento per propria mera affermazione autoreferenziale e questo ha portato alla ventata di secessionismo che oggi inganna i catalani stessi.

Chiunque abbia voglia di andarsi a leggere un po’ di storia capisce bene che non esistono fondamenti storici sulla pretesa indipendenza della Catalogna. La Catalogna non è mai stata uno stato indipendente e non ha alcun diritto storico di diventarlo. La Catalogna ha non solo partecipato attivamente alla stesura della costituzione del ‘78, ma il 90% dei catalani ne ratificò l’esistenza votando favorevolmente allo specifico referendum.

Il problema è che da qualche tempo la Catalogna convive con un accordo fiscale con lo stato centrale che penalizza in modo eccessivo i catalani. Un accordo che lo Stato ha rinegoziato con tutte le altre regioni a statuto speciale tranne la Catalunya. E perché questo? Perché la Catalunya è la gallina dalle uova d’oro. La regione che attira investitori, oltre 45 milioni di turisti l’anno, aziende e banche. Quindi il limone da spremere che permette a Governo e regnanti di fare bella figura. Perciò la Catalogna non digerisce d’essere suddita della Monarchia e di uno Stato sempre più a destra.

La Catalogna paga molto più di tutti, sia in termini d’imposte dirette che indirette. E lo fa, anno per anno, senza ribellarsi.

Dal 2006 la Catalogna chiede la rinegoziazione di questi accordi, senza però ottenere risultati. I catalani tollerano, ma il vento di secessione cresce e la classe politica locale ne approfitta. Ne approfitta a tal punto che l’attuale Puidgemont con la sua cerchia (la sinistra catalana) ne fa una bandiera e promuove la sua battaglia incentrandola sulla secessione assicurando a tutti che la Catalogna dividendosi dalla Spagna sarebbe, di fatto, in Europa e nell’Euro. Un Inganno bello e buono. Una Catalogna fuori dalla Spagna sarebbe fuori dall’Euro e dall’Europa. Una barca alla deriva.

Lo Stato centrale non interviene mai. Mai una volta che si preoccupi d’informare la popolazione. Mai una volta che cerchi di fare educazione.

La Catalogna indice quindi un referendum per il 1 ottobre. E qua inizia la vera storia. Il vero problema.

Cosa chiede il referendum?

Volete che la Catalogna si separi dalla Spagna? SI o NO.

Il referendum è solo interrogativo. Tuttavia importante.

La Corte costituzionale dichiara, e direi a pieno diritto, il referendum illegittimo. Illegale. E ci sta poiché non ha alcun senso giuridico e politico indire un referendum che affronti questioni di spessore costituzionale e nazionale limitandolo a una zona, a una regione. E che dice generalmente il diritto internazionale? Che in caso di referendum, o di altra votazione, se ritenuto illegale, il risultato del referendum stesso non potrà e non dovrà essere preso in considerazione dal Governo e quindi dall’organo amministrativo del paese.

Da qua la questione diventa molto delicata perché si va oltre la questione del diritto della Catalogna di separarsi o no. Diventa una questione di democrazia.

Chi ha il diritto di impedire a una comunità di esprimere una propria posizione?

Chi ha il diritto d’impedire a una comunità di protestare?

Al di là del giusto o dello sbagliato in decine di anni i Catalani hanno protestato senza mai causare un danno o un ferito.

Ed ancora in uno stato democratico chi ha più diritto d’essere protetto? Le maggioranze o le minoranze?

Per me e per chiunque abbia un’idea di democrazia sana, chi ha questo diritto sono proprio le minoranze. Non certo le maggioranze che sono già abbondantemente protette proprio dall’essere maggioranza.

La mattina del primo ottobre un esercito di poliziotti mandato da Madrid non si è limitato a sequestrare le urne, ma si è scagliato contro persone normali che volevano solo votare. Contro famiglie, persone anziane, con una violenza assolutamente non necessaria.

La violenza della polizia ha lasciato scioccati tutti in Europa.

Con il suo comportamento del primo ottobre lo Stato ha fatto si, a mio avviso, che la questione Catalana non sia più una questione di merito, ma di metodo. Passando dalla ragione assoluta a buona parte del torto.

Diceva un Grande uomo, morto per affermare i più importanti principi di libertà: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfigge le idee con la forza perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza”.

Questo è il pensiero che credo dovrebbe crescere nell’idea di uno Stato Europeo Federale. Fondato sulla democrazia e sulla libertà. Sulla condivisione e sull’altruismo, ma anche sull’ascolto e sulla protezione delle minoranze.

Oggi ci troviamo di fronte a due leader, uno centrale e l’altro locale, che si scontrano senza sapere dove questa attitudine condurrà il popolo spagnolo.

Due persone che si sono arroccate sulla loro unica ed egoistica affermazione personale e fanno muro contro muro. Ognuno per non perdere la faccia.

Da una parte Puigdemont che non può tornare indietro, ostaggio della propria retorica sull’uscita dalla Spagna e dalla Monarchia.

Dall’altra un Rajoy che vuole fornire prova di assoluta autorita’, fino ad utilizzare la polizia.

C’è poi la figura del Re, che anziché porsi da mediatore, da buon padre di famiglia, e cercare di ricondurre gli animi alla ragione, è intervenuto richiamando i catalani all’obbedienza senza se e senza ma.

Nessuno che abbia avuto l’umiltà di chiedere scusa, scusa per aver bastonato ragazzi, anziani, donne e uomini in pace solo perché avevano osato pensare un modo sbagliato per urlare le loro ragioni.

In questo scenario la questione diventa sempre piu’ intrigata, il dialogo lontano e la situazione pericolosa.

Solo la pressione della comunità internazionale, dell’Europa e dell’autorevolezza degli esponenti può oggi riportare le parti alla ragione.

La sinistra europea, e in particolare i Socialisti Europei, può fare molto per ricomporre lo strappo e trovare una mediazione che eviti la secessione e l’uso della forza.

Data la forza socialista in Catalogna, possono e devono affiancare i socialisti locali in una mediazione internazionale e sollevare il problema sull’abuso continuato dello Stato Centrale Spagnolo sulla Catalogna e fare informazione verso i Catalani spiegando loro che insieme non solo si può vivere, ma si vive meglio. In un’ottica di cittadini Europei il problema della Catalogna può e deve essere il problema di tutti. Forse la Catalogna non sola potrà risolvere la sua difficile convivenza senza errori come ha fatto.

Questo è il mio appello.

Aiutare oggi la Catalogna a risolvere pacificamente e democraticamente la frattura con la Spagna può essere la dimostrazione che anche i populismi possono essere superati e guariti in democrazia. “Hablando” come dicono gli Spagnoli. “Hablando” e non bastonando.

Nel nostro tempo, nella nostra epoca non è accettabile che una regione Europea possa chiedere la secessione nell’indifferenza di tutti, come non è accettabile che la rivolta pacifica, e ripeto pacifica,  di un popolo, seppur attuata con metodi sbagliati, venga smorzata a bastonate nell’indifferenza della politica Europea.