L’Europa o il caos

E’ nota la folgorante frase con cui Pietro Nenni invito’ gli italiani a votare per la Repubblica, oggi siamo di fronte alla stessa essenziale domanda e decisione, un’angoscia quasi esistenziale quella che dovrebbero provare i popoli europei di fronte a quanto sta accadendo al progetto europeo. O l’Europa si farà nella sua versione completa politica e federale o regnerà il caos nella regione geografica europea.
Oggi l’Europa vive una fase di crisi estrema, crisi di credibilità, di legittimazione democratica, economica e comunicativa. Soprattutto l’aspetto comunicativo e culturale della costruzione europea é venuto a mancare negli ultimi anni. Si sono create fratture sociali che minano la stessa permanenza del progetto europeo. Pensiamo alla linea orizzontale che divide i paesi del nord da quelli del sud, austeri contro cicale possiamo dire, oppure la linea che divide metaforicamente i paesi occidentali da quelli orientali usciti dal regime sovietico, oppure pensiamo alla rottura fra i popoli e le burocrazie, le classi politiche, od alle nazioni che ostinate riemergono e reclamano potere e competenze sempre piu’ importanti. L’Europa colpita dalla crisi economica non ha saputo e potuto orientarsi su un progetto diverso in vero, ma ha accettato il terreno di battaglia economico senza preoccuparsi di reagire a livello sociale culturale e politico. Il dominio dei mercati (che sono notoriamente globali) ha in tal senso esteso la sua forza anche e soprattutto sugli stati europei e l’Europa non ha saputo unirsi per reagire e governare il cambiamento. E’ mancato un progetto educativo scolastico culturale e una adeguata campagna comunicativa per rendere l’Europa un progetto condiviso, compreso, capito, affinché cittadini europei si sentissero tali, un’identità condivisa. L’Europa resta pero’ il progetto dei progetti, il fine ultimo cui tende il nostro continente, perché la CECA – la prima forma di unione europea – nasce per garantire la pace tra i contendenti francesi e tedeschi dopo la seconda guerra mondiale e prosegue con grandi balzi amministrativi in avanti, attraverso trattati e norme che entrano e si insinuano nei nostri ordinamenti giuridici fino a pervaderli, come oggi, in ogni dettaglio piu’ di quanto pensiamo. Una costruzione giuridica economica molto avanzata, cui solo i demagoghi possono pensare di porre una retromarcia.
L’Europa é oggi necessaria perché il mondo é piu’ grande, piu’ collegato ed i grandi players come USA Cina India Brasile Russia esigono un interlocutore unito ed europeo, piuttosto che singoli e piccoli stati nazionali. La globalizzazione é un dato di fatto ma i popoli non sono pronti, spesso sono spaventati e, di conseguenza, reagiscono chiudendosi, votando contro, come se restando soli ed isolati si risolvessero i problemi.

In questo scenario hanno trovato facile terreno di crescita movimenti e partiti che si ispirano al piu’ conservatore dei nazionalismi, il mito della nazione, nato nel XVI secolo e giunto fino ad oggi e che tende a far coincidere lo stato con la nazione, cioé con l’insieme di lingua tradizione e cultura. Un mito che già Einstein definiva una malattia infantile dell’umanità e che Mitterrand preoccupato nella sua ultima seduta a Strasburgo apostrofo’ con le parole “il nazionalismo é guerra”. Il binomio nazionalismo ed antipolitica ha pertanto causato un corto circuito nel progetto di integrazione europea e la Commissione non ha potuto e saputo reagire agli attacchi delle opposizioni nazionaliste ed antipolitiche, come non ha saputo riallineare gli stati membri spesso vittime di classi dirigenti tiepide sull’Europa, di corto respiro, che flirtano coi nazionalisti e sono guidati da classi dirigenti nazionali e poco avvezzi alla realtà europea.

Prima che gli eventi precipitino, e siamo già vicini al burrone, occorre reagire, invertire la tendenza, creando quel senso di appartenenza all’Europa ed amore per un progetto che é il compito e la missione della nostra generazione, votata non solo a social media e playstation, ma alla realizzazione di un grande progetto di pace e benessere: gli Stati Uniti d’Europa.

Spetta alla generazione erasmus soprattutto, ed a tutti coloro che vivono cross borders, realizzare il sogno europeo. Spetta specialmente, anche se non solo ovviamente, a chi l’Europa l’ha vissuta, capita, studiata veicolare il messaggio e la necessità di un’Europa unita.
Spetta a tutti gli ex erasmus il compito storico di diffondere il messaggio europeo, parlare spiegare l’europa, la differenza culturale dei paesi membri, la loro bellezza, l’aspirazione all’unità culturale, sociale, della letteratura, della musica del teatro europeo, dello sport europeo, del cinema europeo, un lavoro immenso e bellissimo, che gli erasmus possono realizzare senza difficoltà.

Occorre pertanto costituire un erasmus della politica, che avvicini i due mondi quello dei giovani europei e quello dell’impegno politico, necessario step per la realizzazione di un progetto politico come quello europeo. Scambi di lavoro e stage per lavorare fra istituzioni, parlamenti e governi dei vari paesi membri, per sviluppare una coscienza politica europea e formare i cittadini e la classe dirigente europea del futuro, che, al contrario delle classi dirigenti nazionali odierne, sia capace di portare a termine il progetto europeo.
Quote erasmus per consentire l’osmosi di conoscenze e best practices tra gli erasmus o italians o altri lavoratori cross borders affinché rientrino – anche temporaneamente – nei paesi di provenienza e lavorino presso pubbliche amministrazioni o privati e reimmettano conoscenze nella società.
Occorre l’unificazione del sistema scolastico europeo, dei programmi educativi, le materie da insegnare, la costruzione europea, la cultura di altri paesi, la loro musica, letteratura, tradizioni, spiegate in modo dettagliato. Oggi il Trattato di Lisbona affida agli stati nazionali scuola e cultura, senza appello. Un errore attribuire solo il mercato unico alla competenza europea e la cultura a quella nazionale.
Occorre l’istituzione di un servizio civile europeo, per tutti i cittadini, spendere un anno in un altro paese europeo é un’opportunità unica di conoscenza e apertura, contro le chiusure, si crea la base per una vera cittadinanza e identità europea (anche il servizio militare potrebbe essere un’opzione, molti paesi hanno creato un’identità intorno a questo).
La necessità di trovare una lingua unica per l’Europa, che sia standard e consenta a tutti di parlarsi, dalla Finlandia alla Spagna, senza dover eliminare le lingue tradizionali che restano, come restarono in vita i dialetti regionali dopo l’unificazione d’Italia.

In breve, la Commissione deve utilizzare il suo esiguo budget (forse é il caso di aumentarlo visto che il PIL di 500 milioni di europei é consistente) per propagandare e creare l’identità europea e veicolare la bontà la necessità ed i vantaggi dell’integrazione europea.

I risultati economici non possono essere il solo elemento di unione, lo stesso Fischer ex Ministro degli Esteri tedesco ricordava che l’Euro é un progetto politico. I risultati economici non possono precedere l’unificazione politica e culturale perché da essi dipendono. I problemi migratori, di sicurezza interna ed esterna, la crisi bancaria sono derivati dalla mancanza di unità di azione europea, dalla mancanza di un’Europa unita politicamente capace di esprimere una politica fiscale unica, una politica economica unica, una politica estera e di difesa unica e democraticamente fondata. Le istituzione non saranno rese democratiche se le classi dirigenti e le popolazioni non saranno rese europee, capaci di perseguire un interesse europeo, e non piu’ nazionale. I 5 milioni di Erasmus in giro per l’Europa, i 2 milioni e mezzo di italiani emigrati in Europa, sono una buona base di partenza per creare un popolo europeo ed una classe dirigente europea capace di sconfiggere il rinascere di pericolosi nazionalismi.
Per questo oggi ci sentiamo di dire che si avrà l’Europa o il caos!
Leonardo Scimmi

Se l’Italia esce dall’Euro

La teoria del complotto
Mai come oggi tornano alla ribalta coloro che ritengono che l’Italia e la sua economia siano vittime della disciplina economica e finanziaria europea che non sarebbe altro che espressione di un complotto internazionale espressione delle banche, dei poteri forti e delle logge massoniche.
La stessa globalizzazione sarebbe frutto di un complotto teso ad impoverirci e ad imporci governi non eletti allo scopo di attuare politiche economiche conformi ad interessi di banche d’affari straniere, e multinazionali a detrimento della nostra sovranità nazionale.
Una teoria coerente con il vittimismo all’italiana che vuole il nostro paese libero e proletario oppresso dalle forze occulte del capitalismo e delle potenze internazionali: una grande spectre dei «poteri forti» frutto di uno strampalato connubio tra deliri ideologici della sinistra extra parlamentare degli anni 70 ed il ridicolo complotto pluto giudaico massonico di memoria fascista.
L’Italia fuori dall’Euro?
Questa scuola di pensiero fomentata dai deliri di alcune espressioni politiche, è tornata recentemente a chiedere l’uscita dell’Italia dall’Euro, per favorire un ritorno ad una politica economica espansiva e autonoma da Bruxelles e soprattutto dalla Germania.
Far credere ai cittadini che una mossa del genere rilancerebbe la nostra economia sull’onda di una spesa pubblica finalmente libera da vincoli e di un export fiorente è da irresponsabili.
Uscire dall’Euro sarebbe dannoso, inutile e rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione.
Le ragioni sono elencate in questo documento basato anche sull’analisi storica di quei paesi occidentali, che (al pari dell’Italia nel 1993) abbiano sperimentato dal 1980 ad oggi forti svalutazioni della loro moneta nell’ordine del 20-30%.

6 ottime ragioni per rimanere nell’area Euro
1. Se si pensa che l’Italia uscendo dall’Euro possa aumentare strutturalmente export e crescita, evidentemente si ignora il fatto che dal 1998 ad oggi le nostre esportazioni sono aumentate di oltre il 100% grazie all’Euro che ha creato un contesto stabile e prevedibile fatto di cambio fisso e mercato unico privo di barriere doganali e tariffarie. L’Euro ha imposto una radicale ristrutturazione ad un’industria esportartrice che usciva fiaccata da decenni di svalutazioni speculative : iniezioni periodiche di morfina che rendendo i nostri prodotti meno cari, consentivano di tanto in tanto alle nostre imprese di aumentare le vendite senza lavorare sui fattori reali della competitività (innovazione, organizzazione interna, logistica, promozione e marketing). Se questo andamento positivo dell’export non ha avuto un impatto proporzionale sulla crescita complessiva, è dipeso dal fatto che troppo poche sono le imprese che esportano regolarmente (ca il 25% a fronte del 45% della Germania), non certo per il valore troppo alto della moneta o per le regole imposte da Bruxelles.

2. Anche se è vero che ad ogni svalutazione segue un momentaneo aumento dell’export, dovuto alla riduzione dei prezzi in valuta estera delle merci esportate, si tende a dimenticare che tale aumento si manifesta in modo sempre effimero, perchè parallelamente aumenta il costo dei beni importati. Questi maggiori costi attengono nel caso dell’Italia soprattutto a beni semilavorati e materie prime che vengono poi immessi nel processo produttivo con il loro costo maggiorato e finiscono per far nuovamente lievitare il costo delle esportazioni di beni finiti (di cui l’Italia è uno dei maggiori esportatori mondiali), annullando in gran parte l’effetto positivo dalla svalutazione.

3. L’osservazione dei fatti dimostra che le svalutazioni competitive della moneta (inclusa quella della Lira del 27% sul Dollaro, realizzata in Italia dal Governo Amato nel 1993) non hanno avuto un impatto sulla crescita ; le ragioni verificate in particolare in Italia nel 1993 sono state le seguenti:

a. gli introiti generati dall’export non erano abbastanza rilevanti da compensare la scarsa produttività dei settori non esposti alla concorrenza estera ;
b. finito l’effetto di abbassamento del prezzo dei beni esportati indotto dalla svalutazione, le imprese furono costrette negli anni 90 a porre un freno strutturale alla crescita dei salari per rimanere competitive, non essendo aumentata la produttività reale del lavoro ; l’effetto depressivo quindi sulla domanda interna, vera leva di sviluppo dell’economia, pose un freno alla crescita che fu, dopo la svalutazione, addirittura inferiore ai due anni che la precedettero.

4. Il debito italiano è già molto alto e sta dimostrando il maggiore freno posto alla facoltà del Governo di realizzare investimenti pubblici che così necessari sarebbero in questa fase congiunturale. Se l’Italia uscisse dall’Euro, la parte del debito in valuta estera (detta debito estero) aumenterebbe in valore per via della svalutazione della Lira che ne conseguirebbe, generando un ulteriore aumento del debito complessivo. Un’uscita dall’Euro quindi ridurrebbe ulteriormente la capacità del Governo di investire per sostenere l’economia.

5. Per rendere il debito finanziabile attraverso l’attrazione di investimenti sui titoli del debito e per contrastare la prevedibile fuga di capitali che seguirebbe ad un’uscita dell’Italia da un’area di stabilità finanziaria, si verificherebbe probabilmente un aumento dei tassi d’interesse, una riduzione quindi del credito alle imprese e un ulteriore effetto depressivo sull’economia

6. La svalutazione inoltre ridurrebbe il valore dei risparmi degli italiani, attualmente in Euro e, in caso di « Italexit », in una moneta svalutata si stima del 20 o 30%.

Questa analisi ci suggerisce che in un mondo globalizzato (variabile fissa su cui l’Italia non ha possibilità di influire richiedendo una riduzione del tasso di concorrenza globale), la crescita si raggiunge attraverso un aumento della competitività reale del sistema che richiede prima di tutto un pensiero strategico, una visione per il Paese, investimenti pubblici mirati ed una strategia sui mercati internazionali.
Se è vero che la svalutazione della moneta e quindi l’uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe inutile perché non funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, è evidente che il sistema ha bisogno di riforme reali che ci mettano in condizione di attirare investimenti ed esportare di più.
Le riforme necessarie richiederebbero un articolo a parte : un fatto è certo le soluzioni non sono semplici, richiedono un approccio pragmatico ed uno sguardo disincantato sulla realtà libero da vincoli ideologici e da interessi elettoralistici di breve termine.

Leonardo Scimmi e Fabrizio Macri

L’Europa debole politicamente ma liberale e garantista

Oltre ai temi di geopolitica e militari, oltre a quello di politica interna vedi Le Pen, oltre a quello di sicurezza interna legato alle minacce ed ai rischi di ulteriori attentati da parte di frange estreme  del fondamentalismo religioso, al tema sociale e di integrazione dei giovani nei luoghi di emigrazione o di periferia, a quello delle frontiere esterne e dell’urgenza umanitaria, vi è un tema importante ma a volte trascurato, il tema dello stato di diritto. La rivoluzione americana e quella francese con i loro valori di separazione dei poteri dello stato e laicità – oltre al Bill of Rights e l’Habeas Corpus inglese – hanno determinato la nascita dello stato di diritto, vale a dire di uno stato che è vincolato e sottoposto esso stesso alle leggi, cioè alla Costituzione.

Le Costituzioni del 1848 derivate dai moti rivoluzionari risorgimentali hanno consentito ai cittadini europei di non essere più sudditi e cioè soggetti all’arbitrio di un monarca padrone, ma gli hanno permesso di avere diritti da far valere anche contro lo stato stesso, di fronte ad un giudice “terzo”, cioè estraneo, indipendente, garanzia di imparzialità. Questo è il cosiddetto liberalismo e costituzionalismo, cui dobbiamo anche il riconoscimento di un altro principio fondamentale, cioè la laicità dello Stato, la parità delle fedi religiose di fronte allo stato. Lo stato sin dallo Statuto Albertino in vero non si occupa di religione, proprio come suggeriva Cavour.

l pluralismo religioso ne è conseguenza e ne è ancor più conseguenza il fatto che le leggi di uno stato non sono affatto ispirate a precetti religiosi od a testi sacri, quali potrebbe essere la Bibbia per esempio. Per questo motivo – per esempio – ciò che è comunemente ritenuto “peccato” non è necessariamente ritenuto “reato” dal codice penale. Alla tradizione liberale e costituzionale si aggiunga l’eccezionale contributo di Cesare Beccaria in materia penale, primo illuminista che individuò principi fondamentali del diritto penale odierno quali, fra gli altri, il rifiuto della pena di morte e della tortura.

La tradizione di diritto europea, millenaria perché derivata in ambito civile dal diritto romano e nel diritto pubblico dagli eventi storici sopra ricordati, di cui furono ispiratori fra gli altri i nostri Mazzini e Garibaldi, è una tradizione fondamentalmente garantista, che protegge l’individuo ed i suoi diritti di uomo/donna e di cittadino nei confronti degli altri ma soprattutto nei confronti dello Stato. Garanzie di rango costituzionale quali il diritto di esprimersi, di criticare, di professare la propria religione, di associarsi, di fare politica, di essere giudicato da un giudice indipendente se necessario e via dicendo, come ben riporta la prima parte della nostra costituzione e come prevedono le tante costituzioni degli stati europei nonché i trattati istitutivi della Unione Europea, sono le garanzie di cui godiamo ogni giorno anche scrivendo su facebook e che derivano dalla nostra Costituzione.

Questo blocco di storia e tradizioni giuridiche liberali e di costituzioni formalmente approvate ci rendono uno Stato fondato sulla libertà – l’Unione Europea – forse debole politicamente, non coordinato, senza difese vere, ma profondamente liberale, aperto, garantista e, con la previsione dei diritti sociali, anche giusto. Ora, allorché si dibatte sulle vicende più disparate, dalla geopolitica alle esagerazioni di leader furbi o fuori controllo, dobbiamo anzitutto ricordarci chi siamo e da dove veniamo, quale storia, anche tragica, ci ha condotto ad essere un posto dove si può vivere in libertà e con rispetto degli altri, cosa che non è affatto scontata e che dobbiamo preservare, difendere, con ogni mezzo possibile, affidando – anche e soprattutto da sinistra, alla sicurezza il giusto peso, ed aspirando ad un ruolo più attivo nell’ordine mondiale.

Leonardo Scimmi

Stati Uniti d’Europa – Conferenza Programmatica Roma 2016

Premesse

1         Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo si presenta non più bipolare ma multipolare. USA Russia Cina India sono i player mondiali

 2         L’ONU appare bloccata su un assetto nato alla fine della seconda guerra mondiale non piu’ attuale e difetta di efficienza (diritto di veto, difficile da modificare)

3         NATO appare come la soluzione più efficace in Europa, ma è unilaterale e non si adatta ad un mondo oramai non piu’ bipolare bensi’ multipolare

 4         Al momento una balance of power sembra essere l’unica soluzione possibile, dove i vari players mondiali si accordano per risolvere questioni regionali

 5         I conflitti regionali causano, tra le altre tragedie, una inaspettata e forte migrazione di massa che riguarda in primis l’Europa

Problemi principali

–          Mancanza dell’Europa fra i player mondiali

–          Allocazione delle quote migranti nei paesi membri dell’Unione Europea

Soluzione

–          Creare gli Stati Uniti d’Europa (USE) – federali – capaci di esprimere una politica estera comune una politica di difesa comune di giocare un ruolo nel balance of power mondiale e capace di allocare le quote dei migranti nei paesi degli Stati Uniti d’Europa

Come  creare gli Stati Uniti d’Europa ?

–          Superare il Trattato di Lisbona, rilanciare la Costituzione Europea, riprendere I lavori ed arrivare alla Costituente Europa in Lussemburgo 2017

–          Creare gli Stati Uniti d’Europa dall’alto ma parallelamente lanciando il grande progetto mediatico di costituzione di una cultura europea unita

–          Dare competenze esclusive all’Europa in materie di politica estera e difesa fisco e interni

 –          Chi vuol essere in Europa deve rispettarne le regole federali. Meglio pochi ma convinti che allargare a Paesi che rallentano il processo di integrazione. Non è questione economica ma di accettare o meno il modello federale e le regole del decision taking maggioritario.

Chi deve rilanciare la Costituente Europea?

–          Il PSE manca di iniziativa da tempo ed è schiacciato sui temi economici dai conservatori. Il PSE non riesce a dare ai cittadini un « sogno », un progetto vero e perseguibile e di grande portata. Il PSE può coagulare intorno a se le forze europeiste rilanciando la Costituente Europea in un Congresso straordinario da tenersi inizio 2016 a Roma

–          Roma 2017 Congresso straordinario PSE

Come vincere gli euroscettici, i nazionalisti e le forze populistiche anti – Europa?

–          Grande sforzo mediatico e di investimento culturale. L’Europa non è divisa in Nazioni ma è divisa in culture, lingue, tradizioni, storie, geografie umane e sociali.

–          Enorme sforzo mediatico per convincere gli europei dei vantaggi dell’Europa, della crescita, della sicurezza, dei vantaggi dell’insieme rispetto alla particella

Quali progetti possono aiutare a creare gli europei degli Stati Uniti d’Europa, capaci di accettare decisioni a maggioranza prese dal Parlamento Europeo  e dal Governo Europeo ?

–          Lanciare il progetto Erasmus della Politica, con scambi di giovani studenti lavoratori a lavorare in parlamenti di altre nazioni, nei governi, nelle corti costituzionali etc

–          Prevedere quote erasmus al rientro, quindi tracciare chi ha studiato e lavorato in altri paesi europei, creare data base e prevedere quote nelle Pubbliche Amministrazioni e enti affini per iniettare quote di europeismo umano nella società dei paesi nazionali

–          Creare degli scambi continui e duraturi (5 anni) fra i funzionari delle pubbliche amministrazioni, controlli, corte di conti, inviati a lavorare in altri paesi, ovviamente remunerati a dovere

–          Coordinare i sistemi educativi e scolastici in generale

–          Prevedere l’inserimento di due lingue uniche nelle scuole, modello Lussemburgo

Chiuso il processo di creazione della CULTURA EUROPEA si finalizzera’ anche il progetto della Costituzione Europea e degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa, forte sulle sue gambe federali, saprà trovare la sua identità solidale sociale diplomatica e di difesa dei propri confini. Saprà tutelare i confini polacchi dalle paure storiche, saprà accettare i migranti in fuga dalle guerre, intervenire col suo peso diplomatico per evitare guerre o potrà intervenire in missioni di peackeeping o state building con il proprio esercito, sotto l’egida dell’ONU quando, nel cui Consiglio di Sicurezza siederà ovviamente.

L’Europa potrà intervenire con moral suasion ma anche con mezzi diplomatici e perfino militari in operazioni di tutela prendendo il posto della NATO.

L’Europa unita con una propria politica estera potrà evitare il pericoloso spostamento dell’asse diplomatico verso l’est, verso la Russia in un continente sempre piu’ Euroasiatico ed a trazione tedesca.

 L’Europa si pone come terza forza fra USA e Russia. Una diplomazia europea che guarda ai diritti umani, al sud del mondo, all’Africa al Medio Oriente. Propone una soluzione al conflitto Israelo Palestinese, si difende in Siria Iraq dall’avanzata dello Stato Islamico, promuove la libertà dalle dittature.

Leonardo Scimmi